frontTra mille intrecci, scioglimenti, riproposizioni e accavallamenti (attualmente sono ben tre le formazioni in attività), ecco riapparire i Goblin; per chi ne avesse perso le tracce o, comunque, stentasse ad orientarsi nella complessa galassia attuale, specifico che sto parlando della line up che comprende 4/5 del roster originale, in pratica tutti ad esclusione di Claudio Simonetti che è invece in azione con i Claudio Simonetti’s Goblin.

Four of a Kind è un lavoro interamente strumentale che riporta sotto i riflettori atmosfere progressive rock di una volta, sonorità che hanno fatto un’epoca senza però andare a pescare esclusivamente nella modalità “horror”.

Guardando indietro, il mood è senz’altro quello più vicino a Roller (ottimo disco in quegli anni,1976), pur se parzialmente attualizzato e questo a mio avviso produce due chiavi di lettura contrapposte, quindi un metro di valutazione diverso: per gli irriducibili del sound di quel tempo potrà essere un salutare bagno nel passato con alcune opportune rivisitazioni moderne. Per chi invece predilige sonorità più aderenti ai nostri giorni, pur apprezzando ancora la qualità di alcune esecuzioni, probabilmente potrà suonare un pò datato.

Massimo Morante (chitarra), Agostino Marangolo (batteria), Fabio Pignatelli (basso e autore di buona parte dei brani) e Maurizio Guarini (tastiere) si sono messi d’impegno per scrivere un’altra pagina, nuova, nella storia del gruppo; il risultato, nonostante l’inesorabile scorrere del tempo, lo definirei incoraggiante nel senso che il nuovo lavoro si mantiene complessivamente ad un buon livello, con tre brani che a mio avviso spiccano su tutti.

Non siamo davanti ad un capolavoro né credo fosse lecito attenderselo ma la musica messa in campo è sicuramente di buona fattura e l’assenza di Simonetti, se da un lato finisce per limitare l’impatto del sound, dall’altro lo lascia più libero di fluire, senza orientarlo con eccessiva unidirezionalità.

Four of a Kind contiene otto brani da ascoltare in veloce sequenza, senza pause, cercando di apprezzare le citazioni del grande passato (E.L.P. su tutti) e la potenza di fuoco del quartetto come nella opener Uneven Times, sospesa tra le noti ficcanti del basso di Pignatelli ed il lavoro a tratti monumentale delle tastiere di Maurizio Guarini. Qualche riverbero oscuro, minaccioso, è presente ma spalmato nel tessuto sonoro dove, come detto, le keyboards sono comunque straripanti; da sottolineare pure una corposa sezione conclusiva del sax suonato da Marangolo.

In The Name Of Goblin, grazie all’arpeggio della chitarra di Morante e al successivo inserimento del synth, rimanda subito indietro ai tempi che furono; in questo frangente è proprio la sei corde a denotare maggiore presenza su di una trama ammantata di mistero.

Un episodio di minor spessore, un passaggio che è quasi un’autocitazione: Mousse Roll è il brano che in assoluto più si avvicina alle colonne sonore che hanno reso celebre la band, sia come “intenzione” che come scelta dei suoni. A mio avviso la traccia meno pregnante del lotto.

Per contro la seguente Bon Ton si segnala come uno dei frammenti decisivi dell’album. Ottimo e sicuro il drumming di Agostino Marangolo a consolidare una struttura sulla quale basso e keyboards (qui affidate ad Aidan Zammit) disegnano brillanti arabeschi. Tocca poi alla chitarra “chiudere in gloria” con un solo brillante ed epico che innalza il tono generale del brano.

Ipnotica e maestosa, così comincia Kingdom; un’atmosfera molto evocativa, resa tale sopratutto dal gran lavoro del piano e delle tastiere, un ritmo che sale gradualmente sino ad una esplosione che allarga letteralmente i confini del brano. L’epilogo è di nuovo riservato alla travolgente chitarra di Morante.

Proseguendo l’ascolto esce anche un brano a sorpresa, un rock blues intitolato Dark Blue(s). La matrice è perfettamente riconducibile a quel sound che regnava intorno alla fine dei ’60; parte del leone affidata dunque alla chitarra, organo e tastiere in appoggio (Pignatelli), ritmica a cucire. Il prosieguo vede una maggiore personalizzazione da parte della band che inserisce nel tessuto sonoro echi squisitamente Goblin.

Love & Hate è contrassegnata inizialmente da sonorità più serrate, per poi ripiegare su di un andamento molto più intimo e sospeso. E’ ancora Maurizio Guarini a fare da battistrada, bellissime note del piano affiancate da un tappeto di synth in sottofondo guidano lo sviluppo del pezzo sino all’ingresso della chitarra. La fase conclusiva ritrova maggior ritmo e si raccorda all’introduzione.

008 è l’ultimo brano in scaletta. Linee di basso pulsanti, un ritmo circolare, quasi tentacolare, note ripetute della chitarra e le tastiere invece a variare la melodia; un movimento in crescendo sino a recuperare l’impianto iniziale. Non troppa varietà per un brano in buona parte prevedibile.

Come premesso davanti ad un disco come Four of a Kind è difficile esprimere una valutazione netta, nel mio caso diventa ancora più complicato perché se è vero che sono fautore di sonorità più “fresche”, devo anche riconoscere che i Goblin hanno fatto un buon lavoro. A mio avviso ci sono almeno un paio di cadute di tensione ma nel complesso l’album è godibile.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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commenti
  1. gianni ha detto:

    …In effetti me li ero un po’ persi e dopo gli anni ’80 quando anche loro si erano un po’ persi la batteria preferendo il drum elettronico programmabile … li avevo pure ignorati. Grazie della segnalazione.

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