frontLo scorso ottobre sono stato invitato  a Bologna da una vivace promoter genovese per assistere al concerto di una band ungherese, a suo dire molto brillante; un maledetto imprevisto dell’ultima ora non mi ha permesso di presenziare ed ancora me ne dispiaccio perché sono certo ne valesse davvero la pena.

Tuttora non molto conosciuti da noi, i Special Providence presentano il loro quarto lavoro dal titolo Essence Of Change, interamente strumentale; un prog metal arrembante, straripante, venato però da evidenti contaminazioni fusion che ne fanno un album letteralmente da divorare, senza pause.Qualcosa di particolare dunque nello sterminato mondo prog metal, un quartetto che non fa affidamento solo sui consueti riff aggressivi, tempi dispari, ritmi veloci e scale vertiginose ma che ama mimetizzare e confondere nei pattern usuali tendenze rock jazz, spesso per merito della notevole inventiva di Zsolt Kaltenecker, virtuoso e fantasioso tastierista della band, ultimo entrato nella formazione.

Insieme a lui Márton Kertész (chitarra), Attila Fehervári (basso) e Adam Markó (batteria); il primo e l’ultimo sono i soli superstiti dell’ album di debutto, pubblicato nel 2007 ed intitolato Space Café.

Essence Of Change si presenta come un lavoro breve (una quarantina di minuti circa) ma in nome della sintesi contiene otto brani i quali sono più che sufficienti per esplorare a fondo le notevoli potenzialità della band di Budapest. Anche questo, personalmente, trovo sia un punto a favore perché troppo spesso certi gruppi tendono a diventare inutilmente prolissi, dilatando i brani a dismisura secondo una logica talvolta poco comprensibile.

Grande potenza ed aggressività in Awaiting the Semicentennial Tidal Wave ma al tempo stesso melodia (chitarra) ed incursioni velatamente rock jazz; la facilità con la quale i quattro riescono a mutare scenario sonoro è realmente impressionante, le keyboards cominciano prepotentemente a farsi sentire, Si passa costantemente da un ritmo ad un altro, non ci sono momenti vuoti: poco più di quattro minuti di un impeto devastante, corredato di fantasia e buon “tocco”.

Molto jazzy  l’incipit di Surprise Me, tastiere, basso e batteria ad indicare la strada fino ad un primo strappo; poi si insinua la chitarra a punteggiare la melodia, un andamento complessivo che in qualche piccolo segmento può ricordare addirittura Billy Cobham. La seconda parte registra un deciso incremento del ritmo, maggiore aggressività e la chitarra protagonista, prima dell’epilogo. Traccia ottima !

Splendida per tiro, linea melodica e precisione di esecuzione, giunge Kiss From A Glacier, un vero piccolo gioiellino in cui i Special Providence certificano la loro poliedricità. Alcuni stop, alcuni stacchi sono a mio avviso da manuale e stanno a dimostrare come sia possibile, con gusto e talento, contaminare tra loro generi sulla carta piuttosto distanti.

Grande prestazione tra piano e tastiere per Northern Lights, altro passaggio serratissimo dove tra l’altro la batteria compie variazioni a getto continuo; i magiari avanzano come un blocco granitico (come impatto) ma di creta (plasmabile, mutabile) allo stesso momento. Una contraddizione in apparenza ma che in realtà sostanzia la loro musica, carica di entusiasmo e tensione emotiva ma aperta a molteplici soluzioni.

Si sposta inizialmente su versanti più “cattivi” Atlas Of You che trova presto però una collocazione molto contaminata: prog, metal, fusion, accendono una miccia sonora interessante e ricca di spunti frizzanti, una sorta di mash-up di generi.

I.R.P. (Interstellar Robotic Pilgrim) poggia su sonorità sognanti ed evocative della chitarra, presto irrobustite dal possente ingresso della batteria e del basso. Una scorribanda magnifica della sei corde caratterizza in assoluto un episodio travolgente; sono quasi tutti brani di breve o media durata ma veramente concentrati, mirando dritto alla sostanza.

Un pezzo piacevole ma forse non all’altezza dei precedenti, Darkness; un impatto minore, la ricerca di un’atmosfera più ovattata che in qualche segmento fa ricordare vecchie cose di Pat Metheny. L’epilogo ritorna ritmato e mette in luce il lavoro del piano.

Gas Giants con i suoi sette minuti è il brano più lungo; autentiche raffiche della chitarra, improvvisi break delle tastiere e ripartenze veloci della batteria. Riff oscuri ed un drumming martellante vengono talvolta interrotti da una pausa per poi riprendere con ancor più vigore; questa è la solida struttura su cui poggia il pezzo sin quasi alla conclusione, affidata ad un suono che ricorda un carillon.

Un album strumentale come questo richiedeva a mio parere la scelta che i Special Providence hanno effettuato: sintesi. Senza dilungarsi inutilmente quindi, la band magiara ha estratto dal cilindro davvero un ottimo album. Essence Of Change riesce a mantenere viva l’attenzione sino al termine dell’ascolto, continuando a mescolare le carte tra sonorità ed intuizioni differenti. Il talento mi pare sia dalla loro, un album che consiglio vivamente.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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