frontUna delle migliori prog band, cresciuta in modo esponenziale a cavallo tra i due millenni, pareva scomparsa, scivolata in un silenzio assoluto che faceva pensare inevitabilmente alla conclusione dell’avventura. E’ anche vero però che la parola “scioglimento”, almeno in via ufficiale, non era mai stata pronunciata, pur a dispetto degli otto anni trascorsi da A Time Of Day.

Senza fanfare nè squilli di tromba e con un preavviso tutto sommato ridotto, tornano dall’oblio gli ottimi Anekdoten con Until All the Ghosts Are Gone, sesto capitolo della loro raffinata discografia; con enorme piacere mi trovo a constatare che nulla è cambiato, i fili del tempo vengono riannodati con grande semplicità (e questo, voglio evidenziarlo, non era preventivabile con la certezza di un automatismo).Il velo di malinconia che pervade il sound della band svedese è sempre presente, sottolineato dal sapiente uso del mellotron che oramai non rimanda più solo a sonorità crimsoniane come venti anni fa; è divenuto parte integrante delle strutture musicali del quartetto, ne costituisce un tratto cristallino e del tutto personale.

Gli Anekdoten infatti rimangono tra quel ristretto circle di gruppi prog che ha saputo costruire pazientemente un proprio sound, perfettamente distinguibile, riuscendo gradualmente a distaccarsi dall’epoca d’oro del genere per proporne una versione aggiornata e di assoluto rilievo; con i connazionali ÄnglagårdLandberk, Isildurs Bane e, per altri versi Moon Safari, sono riusciti ad incidere in profondità rinunciando a porsi solo come cloni di lusso (restando in Svezia potrei citare altri nomi, Opeth su tutti ovviamente ma il discorso dovrebbe allora espandersi in altre direzioni).

Tornando a Until All the Ghosts Are Gone voglio anche rimarcare come la formazione si sia riproposta inalterata e non per questo, come vedremo, siano venuti meno stimoli oppure idee, anzi. Sono presenti comunque anche ospiti di alta categoria tra i quali l’ex Opeth Per Wiberg (tastiere) e Theo Travis (flauto).

L’esordio, affidato a Shooting Star, è fulminante, una deflagrazione simultanea di suoni. Un crescendo trascinante, di una forza inaudita cui contribuisce notevolmente anche Wiberg all’Hammond; la chitarra e la voce di Nicklas Barker si fanno sempre più penetranti, il basso possente di Jan Erik Liljeström viaggia in sincrono perfetto con il drumming strenuo di Peter Nordins. Alla base il mellotron e le tastiere imprescindibili di Anna Sofi Dahlberg. I dieci minuti di questo brano sono di per sé un viaggio nell’universo Anekdoten sino allo sfumare dolce della conclusione.

Ancora tanto mellotron per l’avvio di Get Out Alive e quindi la voce di Barker in uno svolgimento lento-cadenzato, innervato da improvvise aperture delle keyboards e della chitarra. La coralità dell’impianto viene interrotta da un solo distorto della sei corde che precede un nuovo picco sonoro d’insieme; uno “scivolare” lento e drammatico chiude il pezzo, la cui coda è imperniata sul mellotron.

Il flauto di Theo Travis, la chitarra e di nuovo un tappeto di keys per la seguente If It All Comes Down To You, una trama dolce con magnifiche sonorità in primo piano. Barker continua a disimpegnarsi con maestria alla chitarra dove con arpeggi, tocchi e pennellate colora intensamente la tavolozza; Travis si riserva poi un calibrato solo di matrice canterburyana e quindi è di nuovo l’onnipresente mellotron, evocativo, a fare sentire la propria voce.

Altro pezzo da novanta in arrivo, Writing On The Wall. Una lunga introduzione strumentale fa da cornice ad un primo deciso intervento della chitarra; Nicklas Barker declama, racconta un testo intenso circondato da una tensione musicalmente crescente sino all’esplosione emotiva del solito mellotron, capace di alzare con decisione la temperatura in ogni frangente. Molto efficace il drumming ad accompagnare un nuovo solo dell’elettrica; una pausa, un arpeggio dell’acustica ed una nuova ondata di suoni a chiudere.

La title track vede nuovamente in azione il flauto di Travis e le chitarre suonate da Marty Willson-Piper dei The Church. Poco più di 5 minuti, brano più breve in scaletta ma non per questo meno interessante: un’atmosfera che può rimandare ad una lenta ballad psichedelica con un avanzare progressivo, una graduale ed inarrestabile ascensione affidata, come sempre, alle tastiere.

Alla strumentale Our Days Are Numbered il compito di chiudere in bellezza. Il vibrafono e poi il mellotron introducono in modo quasi magico il brano, quindi si torna ad un prepotente regime di rotazione; basso e batteria da un lato, chitarra e keyboards dall’altro imprimono un gran ritmo, serrato, implacabile. Barker impone variazioni schizofreniche con la sua chitarra, come fosse la celebrazione del caos; a sorpresa un break a cura del sax (Gustav Nygren), poi l’incalzare costante della batteria e delle tastiere riportano alta la tensione sino al termine.

Sono sei dunque i brani che compongono questo lavoro, intrisi di meraviglie, a completare un puzzle sonoro complesso e di alta qualità, dove fa estremamente piacere ritrovare una band in grandissima forma. Gli Anekdoten dunque non smettono di stupire e con Until All the Ghosts Are Gone riescono a vincere nettamente la sfida allo scorrere del tempo; a oggi senza dubbio una delle migliori uscite, un unico appunto alla produzione a mio avviso non proprio impeccabile.

Max

 

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