frontConsiderando i molteplici progetti ed attività di Clive Nolan John Mitchell, la nuova uscita dei Arena non si è fatta attendere nemmeno troppo; sono trascorsi tre anni e mezzo infatti dalla pubblicazione del buon The Seventh Degree of Separation (fine del 2011) ed ecco quindi il turno del nuovo album, ottavo della serie, intitolato The Unquiet Sky.

L’estate scorsa l’irrequieto bassista John Jowitt ha lasciato nuovamente la formazione inglese ed al suo posto è subentrato Kylan Amos, già collaboratore di Nolan con il side project The Caamora Theatre Company. 

Un breve romanzo horror, alla base poi di un film di fine anni cinquanta, è il filo conduttore di questo disco secondo un’intuizione del biondo tastierista.Arena è una band che nel proprio percorso è andata a mio parere un pò a singhiozzo, alternando ottime prove ad altre di minore spessore; questo è un tratto che rientra nella norma, unendo tra loro molti gruppi ma nel frangente resto dell’idea che spesso abbia giocato un ruolo importante la mancanza di continuità dovuta ai tanti impegni di Nolan Mitchell.

Ecco così talvolta un andamento sconnesso, poco omogeneo, pur contemplando anche qualche apprezzabile tentativo di parziale revisione delle sonorità come per The Seventh Degree; questo nuovo lavoro torna a guardare anche al passato, a quei suoni di tipica ispirazione neo prog che hanno regalato i momenti migliori del quintetto proponendolo come uno dei più pregiati interpreti, senza dimenticare però le usuali “increspature” dell’ultimo periodo.

Un’orchestrazione poderosa, inquietante, è il preludio all’esplosiva sciabolata della chitarra di John Mitchell per The Demon Strikes, un brano che mette alla frusta l’ugola del singer; la “mano” di Clive Nolan è ben riconoscibile in un passaggio che fa ripensare a qualcosa di Alchemy, la sua più recente rock-opera. La conclusione verte prettamente sul lato melodico con Paul Manzi in buona evidenza.

Una ottima ballad, How Did it Come to This?, colorata di belle sonorità sopratutto nella parte centrale dove tocca di nuovo al chitarrista emozionare l’ascolto con talento e gusto. Di per sé il brano è composto in modo, se vogliamo, pure prevedibile ma ha il pregio di “girare” alla perfezione.

Tanta farina del sacco del chitarrista nella successiva The Bishop of Lufford; una partenza grintosa e strumentale lascia poi il posto ad una fase sospesa, interpretata quasi in solitaria da Manzi. Quindi un nuovo segmento musicalmente bollente dove Mitchell Nolan danno vita a ottime combinazioni sonore mentre la ritmica si dimostra solida, sicura, pur senza sciorinare meraviglie.

Il piano, il ticchettio di una macchina da scrivere…poco meno di tre minuti servono a Oblivious to the Night per trasportarci in un’altra realtà, con un arpeggio della chitarra ed un Paul Manzi molto ispirato. Peccato davvero che sia così concisa.

No Chance Encounter si muove su di un ritmo atipico, sembra non trovare un approdo sino ad una vera e propria simultanea eruzione tra le tastiere e la ritmica. Di qui si aggiunge la chitarra ed il brano prende completamente un’altra piega grazie ad un ottimo frammento strumentale. La reprise del tema vocale rende ancora più solenne l’epilogo.

Markings on a Parchment segna un nuovo e brevissimo fraseggio, protagonisti il basso e la chitarra e, sullo sfondo, le keyboards di Clive Nolan;un coro possente e mistico cala il sipario ma contemporaneamente apre per la title track che si avvia su un pizzicato. La voce del cantante di nuovo sotto i riflettori, la tensione crescente e poi è nuovamente il turno di John Mitchell mentre il drumming di Mick Pointer si mantiene lineare e forse un pò scontato.

Un arpeggio ostinato del piano introduce What Happened Before; una lunga fase interlocutoria anticipa l’incedere possente e simultaneo della band, guidata dalla chitarra. Questa parte strumentale è di assoluta centralità nell’economia della traccia e rappresenta un altro buon esempio dell’energia sprigionata dai Arena.

Rientrano prepotentemente in gioco le tastiere di Clive Nolan per Time Runs Out; passaggio heavy prog non so quanto nelle corde della band, le soluzioni attuate sono piuttosto prevedibili e anche se nell’insieme l’ascolto è gradevole, si tratta di un pezzo con poca personalità.

Ancora ritmo, sonorità nette e decise con Returning The Curse, dove possono letteralmente giganteggiare le keyboards in un lungo e basilare solo. L’estesa parte centrale ancora una volta riserva il meglio, intro e chiusura offrono un Manzi…”rivedibile”.

Avvio del tutto “floydiano” per Unexpected Dawn, Hammond, chitarra acustica e voce; i suoni acquisiscono corpo, Pointer fa sentire la sua presenza in una ballad troppo lineare che riserva il meglio con l’arrembante ingresso della chitarra di John Mitchell.

Traveller Beware completa la scaletta; piglio molto deciso del pezzo, suoni duri e la voce di Paul Manzi a tratti piuttosto strozzata. L’incedere del brano è inarrestabile, quasi una pennellata hard rock/A.O.R. proprio nel brano più lungo in programma.

The Unquiet Sky vive di una brillante partenza e di un buono sviluppo, poi rallenta, perdendo smalto nella parte conclusiva. Tastiere e chitarra recitano ruoli di assoluto rilievo, Kylan Amos pare ben integrato e già in sintonia con PointerPaul Manzi conferma invece virtù e limiti mostrati con il disco precedente.

L’alchimia tra i due principali protagonisti ha ritrovato però uno dei punti più alti, riuscendo così a creare l’opera più valida della band da una decina d’anni a questa parte (post Contagion).

Max

 

commenti
  1. rileggo scrive:

    Visti ieri sera al Club Il Giardino (Verona) due ore di ottima musica!!!!!

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