0216tem_en_de.pdfCon i Tangent di Andy Tillison eravamo rimasti al folgorante Le Sacre du Travail, sicuramente una delle uscite più brillanti del 2013; uno stop di poco meno di due anni ed eccoli di nuovo sulla scena con la nuova pubblicazione, ottava della serie, dal titolo A Spark in the Aether – The Music That Died Alone: Volume Two, edito per Inside Out.

Materiale inedito naturalmente ma con un evidente collegamento al primo album, datato 2003.

Chi segue da vicino il percorso musicale di questa band raccolta intorno al tastierista inglese, ha ben presente quanto abbia sempre fatto del turn over della formazione un tratto imprescindibile; mai due album consecutivi con la medesima line up.

Non fa eccezione l’ultimo disco quindi che vede all’opera il giovane e funambolico chitarrista Luke Machin (già presente in COMM, Maschine), gli immancabili Theo Travis (sax e flauto) e Jonas Reingold (basso, Flower Kings) ed il nuovo batterista Morgan Ågren (Kaipa); Andy Tillison, oltre alle keyboards, torna ad occupare stabilmente il ruolo di voce solista.

Dicevo prima di un riaggancio al passato, al debutto: il tema centrale allora verteva proprio sullo stato del progressive rock, prima dato per morto o comunque verso un inesorabile declino e poi, col tempo, lentamente e gradualmente risorto. Oggi Tillison compie una verifica a dodici anni di distanza, rivalutando nel contempo quanto espresso da molte prog band americane e dal loro sound, notoriamente dotato di una carica intensa, cercando di trasferirne parte nel mondo dei Tangent. Come ha spiegato lo stesso mastermind…cercare di fare suonare l’album più rock, oltre che prog.

L’ascolto di A Spark in the Aether – The Music That Died Alone: Volume Two infatti svela una varietà incredibile di “intenzioni” musicali: si passa dal funk alla fusion, dal progressive al rock più classico con una naturalezza ed una immediatezza sorprendenti; la voce di Andy Tillison come denominatore comune a guidare un disco molto vario, diverso e distante dal precedente. Un esperimento ardito, molto particolare ma che al tirar delle somme si rivela di sicuro interesse.

Pronti, via e si parte con la title track, uno dei brani più puramente prog in programma e meno contaminati. Buon ritmo sin dalle prime battute con il basso di Jonas Reingold al solito molto presente; il lavoro di Andy Tillison alle tastiere è pieno, pregnante e improvvise accelerazioni danno un taglio molto serrato al pezzo.

Un salto indietro nel tempo, a sonorità prog dei primi anni ’70 e keys magniloquenti per Codpieces and Capes. Anche la chitarra di Luke Machin comincia a menare fendenti, il brano nella prima parte rimanda ad altre cose della band dal sentore Yes. Una sezione più morbida, preparatoria, lancia una seconda fase inaugurata da un breve inciso della chitarra; la voce di AT prosegue in un canto molto ritmato sino ad una vibrante rullata della batteria. Improvvisamente le sonorità si fanno più aggressive per poi tornare a planare dolcemente sul tema iniziale, con l’aggiunta del flauto di Travis; un breve segmento vagamente jazzy con il piano in copertina e quindi il gran finale che si riallaccia all’intro.

Morbidamente introdotta dal flauto, Clearing the Attic guadagna ben presto in ritmo e melodia con l’aggiunta della chitarra; un mood rilassante, anche nella parte vocale, si propone sciolto e fluente per i primi minuti sino all’ingresso dell’Hammond e del piano, i quali donano un tocco fusion piuttosto palpabile. Viene così il turno delle variazioni della chitarra e del flauto con lo sviluppo di un importante frammento strumentale, punteggiato da ottime sonorità. Reprise del tema melodico per la conclusione.

Il suono di una chitarra classica e del flauto, un inizio cauto e sospeso, atmosfera madida di tensione e di attesa; basso e batteria da un lato, il sax di Travis dall’altro, in sottofondo inequivocabili note delle tastiere. Si consuma così, lentamente, una suggestiva rivisitazione floydiana contenuta nel titolo (Aftereugene) e chiaramente evocata nella seconda parte.

Il piatto forte è comunque rappresentato dalla lunga e fantasmagorica suite intitolata The Celluloid Road; l’idea di un viaggio coast to coast negli Stati Uniti attraversando le colonne sonore di film e telefilm che hanno nel tempo impresso l’immaginazione di Tillison. E’ di conseguenza un lungo itinerario musicale su modalità “a stelle e strisce”: tanto ritmo dunque, cambi di scenario rivoluzionari, qui risiede il cuore pulsante di questo esperimento partorito nel laboratorio denominato The Tangent. Nel testo e nei suoni si esplica perfettamente il progetto musicale dove si transita da ambientazioni jazzy, lontani echi di Lou Reed, pedali wha-wha, sezione fiati e ritmo funky, citazioni…Impossibile descrivere un brano simile, a prescindere dai gusti personali, rimane per certi versi geniale e, concettualmente, mi fa ricordare alcune intuizioni di un lontano passato (Frank Zappa).

La seconda parte di A Spark in the Aether ne è una vera e propria ri-elaborazione dalle tinte fusion; piano, basso e poi un crescendo affidato alla batteria e al synth. Di nuovo l’ingresso del sax colora ulteriormente il brano sino a quando c’è spazio per un solo lacerante della chitarra di Luke Machin. Va sottolineato il lavoro impeccabile delle pelli di Morgan Ågren in grado di impostare qualsiasi situazione, con precisione e puntualità. La fase conclusiva guadagna in spinta, confezionando così un ottimo passaggio (quasi) interamente strumentale.

Ufficialmente l’album termina qua ma in realtà c’è una bonus track che vale la pena di ascoltare. Si tratta dell’ultimo segmento di The Celluloid Road nel quale ritmo, fiati e groove vengono se possibile amplificati; un condensato di lava bollente nel quale la ritmica è la vera architrave (San Francisco Radio Edit).

Tangent hanno scritto una pagina estremamente personale e particolare, in buona parte fuori dagli schemi e distante anche da alcuni passaggi della loro produzione. Ad una partenza più canonica e “ortodossa” segue un rutilante succedersi di combinazioni ed interazioni tra generi. Mai come in questo caso dunque le dichiarazioni di un protagonista in merito al nuovo lavoro corrispondono al vero; non riesco ad immaginare quali possano essere le reazioni degli appassionati (puristi) davanti ad una serie di “paradossi”.

Potrà piacere o meno ma è un reale tentativo di interpretare l’essenza del progressive rock. A Spark in the Aether è un modo concreto di tenere fede alla frase, spesso abusata, “pushing the boundaries”.

Per parte mia…ci siamo !

Max

 

 

 

 

 

 

 

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