frontUna scena sempre più dinamica quella nordica, in grado oggi di recapitarci il quarto e nuovo album dei Magic Pie, sestetto proveniente da Moss, sud della Norvegia. King For A Day è il titolo dell’ultimo lavoro in uscita a giorni su etichetta Karisma Records e sin dal primo ascolto regala due conferme; la prima vede la prosecuzione del discorso compositivo intrapreso quattro anni fa con The Suffering Joy e quindi, parallelamente, la presa di distanza dagli esordi (sin troppo nostalgici verso i seventies).

In seconda battuta la particolarità del sound della band, difficile da catalogare d’acchito: la componente symphonic prog persiste ma sensibilmente attenuata, diluita.

Grintosi sprazzi in bilico tra prog metal ed heavy prog si affacciano prepotentemente, accompagnati talvolta persino da passaggi di stampo hard rock; per sintetizzare il sound dei Magic Pie bisognerebbe provare ad immaginare una fusione tra Flower Kings, Spock’s Beard, Dream Theater (in dose contenuta), Deep Purple e Uriah Heep…ci vuole un notevole sforzo di fantasia ma credo possa rendere l’idea.

Dunque molteplici e diverse tra loro le fonti di ispirazione, capaci di generare un prodotto sicuramente singolare, interessante, a tratti un poco magmatico: King For A Day infatti prende l’avvio su di un percorso per i primi due brani, comincia a mutare direzione in quello seguente, completa la trasformazione nei due pezzi successivi per porre quindi un suggello nella maestosa suite conclusiva, che ha la funzione di reale compendio di ogni intuizione musicale messa in campo.

La formazione ha mantenuto quasi intatta la sua identità con in primo piano le due voci soliste (Eirikur Hauksson Eirik Hanssen), Lars Petter Holstad al basso, Jan T. Johannessen alla batteria e Kim Stenberg alla chitarra. Erling Henanger alle tastiere è il solo volto nuovo.

La prima delle sei tracce contenute è Trick Of The Trade e segna una partenza che, a dispetto del bruciante avvio delle tastiere, è molto in odore hard rock. Grandi nomi del passato affiorano così alla memoria, larghi (e abusati) cantati corali accompagnano riff di chitarra non  troppo distanti dallo spirito degli anni’70. Solo il lavoro delle keyboards tiene stretto il filo con il progressive più canonico.

La corposa Introversion (dodici minuti) si muove su di un tracciato simile, andando ad accarezzare alcuni passaggi purple e/o heep. Sezioni vocali quasi a pieno organico (il solo drummer non canta), impasti che acquisiscono corpo e vigore su di un tappeto ritmico serrato, interrotto da incursioni melodiche della chitarra o delle tastiere. Una seconda parte più pacata, guidata dal piano e da un ritmo contenuto, mette poi in evidenza un “caldo” solo della chitarra ad anticipare la reprise del tema.

According To Plan riparte con buon ritmo, i tempi si fanno però più articolati, le sonorità si liberano di quel velo retrò e divengono decisamente più attuali. Vanno sottolineati il grande lavoro della ritmica e gli intarsi delle voci, vero marchio di fabbrica del gruppo norvegese. Un possente break delle keys e siamo a tutti gli effetti in ambito prog metal, il mood compie decisamente una mutazione.

Tears Gone Dry, robusto e ottimo passaggio, è il primo momento squisitamente prog del disco; un’introduzione strumentale sospesa tra synth e chitarre precede l’ingresso della voce per un’atmosfera sognante e raccolta, enfatizzata da una scelta dei suoni ottima. L’evolvere del lungo brano conduce, attraverso tinte e sonorità scure, più spigolose, sino ad un epilogo molto tirato, dominato dalle tastiere e da un ritmo incalzante.

Di nuovo sul versante heavy prog con The Silent Giant. Andamento del brano più aggressivo senza però rinunciare al filo melodico, caratterizzato da improvvise accelerazioni e cambi di tempo. Più che con i Dream Theater scorgo qui un parallelo con i Queensrÿche.

Ventisette minuti compongono la title track, suite conclusiva a mio vedere nucleo centrale di questo album; come accennato sopra qui i Magic Pie sono eccellenti nel riuscire ad amalgamare al meglio riferimenti tra loro così diversi, sia di stile che temporali: un poderoso e scintillante prologo strumentale con il quale coniugare Flower Kings, Transatlantic e DT.

Un breve intermezzo quasi glam rock introduce un lungo segmento rock di sapore anni ’70, completato da un inciso della chitarra. Alcuni accordi di un’acustica riportano gradualmente il brano su di un versante più morbido ed evocativo; il crescendo imposto dalle keyboards e da un drumming “montante” regala poi una sequenza strumentale al fulmicotone che lascia quindi spazio ad un grintoso incedere hard rock.

E’ il turno adesso di riff pesanti e cambi di tempo come in una girandola, tanto da giungere persino ad un passaggio di matrice fusion, evidenziato dal piano elettrico. Si tratta di una vera sarabanda, non c’è un attimo di tregua sino ad un’esplosione sonora dopo cui, finalmente, l’emotività si placa.

Il movimento conclusivo riaccende la scintilla, la tensione musicale torna ad innalzarsi; un ulteriore break guidato da voce e piano elettrico e la possente e corale conclusione.

King For A Day è un lavoro che non contiene vuoti né momenti di stanca, un disco al contrario un pò debordante nella durata, nel quale però i Magic Pie confermano in linea generale quanto di interessante proposto con The Suffering Joy. A mio parere l’album offre in assoluto il meglio nella seconda parte, rimanendo la prima eccessivamente ancorata a stilemi ormai troppo lontani nel tempo.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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