frontL’uscita del nuovo album (doppio) dell’astronave Ozric Tentacles segue di poco il brillante concerto che la band inglese ha tenuto la scorsa settimana fa al Planet Live di Roma e a cui ho avuto modo di partecipare.

Come succede spesso da un pò di tempo a questa parte, pochi i brani in scaletta estratti dal nuovissimo Technicians Of the Sacred (soltanto tre), quindicesimo capitolo di una saga travolgente cominciata ventisei anni fa. Tanti ne sono trascorsi dal torrenziale esordio (Pungent Effulgent), altri capitoli memorabili sono poi seguiti, altri ancora inevitabilmente hanno perso un pò di smalto; sotto l’egida del chitarrista e tastierista Ed Wynne sono transitati molti musicisti, personaggi che hanno in qualche modo lasciato il segno (Marcus Carcus, Generator John).

Wynne ha mantenuto ferma la barra di navigazione sulle coordinate iniziali, rinunciando ad ulteriori innovazioni perché Ozric Tentacles non è solo una band, forse è anche un modo di vivere ed approcciare la musica e la vita, una sorta di “credo”; il gruppo si è immediatamente caratterizzato ed ha proseguito, in tutta onestà, il proprio cammino senza tentennamenti.

Quattro anni fa ci avevano regalato una bella prova con Paper Monkeys, ora tornano sotto i riflettori con un’ora e mezza di pura lisergia e ritmo ed una formazione in buona parte ancora rinnovata; oltre alla moglie Brandi (basso) e al figlio Silas (tastiere), sono presenti adesso il batterista ungherese Balázs Szende ed il percussionista Paul Hankin, una coppia che sul palco è apparsa propulsiva ed inarrestabile.

CD 1

Sei brani compongono il primo Cd per un sound, al solito, immediatamente identificabile. The High Pass si apre con un largo uso di elettronica, il pulsare ossessivo del basso e della ritmica crescente, atmosfera rarefatta lacerata dalla chitarra di Ed Wynne; come di consueto il viaggio interstellare è solo all’inizio.

Butterfly Garden è il brano più breve: ipnotico, martellante, dove psichedelia, space e trip hop si incontrano per dare vita ad un passaggio che è un vero distillato del cosmo Ozric più onirico.

L’ascolto procede con Far Memory; synth disegnano traiettorie impossibili, ritmi e volute circolari sono imposti dalla ritmica mentre la chitarra è libera di svariare a piacimento. Suoni a grappolo, dai quali si viene piacevolmente inondati e trascinati via.

Uno dei brani presentati sul palco sere fa era Changa Masala e ha evidenziato, tra rivoli e riverberi etnici, il grande lavoro alle pelli del duo Szende – Hankin. Il basso di Brandi Wynne è qui il vero motore, l’asse portante del brano: nessuna meraviglia tecnica ma una presenza profonda e costante da cui dipartono le scorribande di chitarra e synth.

Zingbong insiste sulle traiettorie abituali, in una sorta di ordine musicale “anarchico” nel quale, partendo da pochi accordi, la band sviluppa un brano come una jam perenne , procedendo con metodo…senza una meta ben definita.

Chiude il primo disco Switchback, dieci minuti nei quali la chitarra disegna svolazzi su di una tessitura al solito ipnotica ed avvolgente. Le pause che intercalano il brano sono spesso i momenti più carichi di atmosfera.

CD 2

Epiphlioy, eseguita a Roma, inaugura il secondo disco; si tratta della traccia più lunga in assoluto. E’ una chitarra acustica a dare il via alle danze per un avvio tra un mood latin ed elettronica. Cominciano a farsi sentire le percussioni sino ad uno strappo deciso, duro; i suoni si fanno più massicci, quasi compulsivi, per una trama prevedibile ma ancora affascinante.

Una pastorale psichedelia inaugura The Unusual Village, pezzo dal movimento lento e sinuoso contrassegnato da taglienti distorsioni.

Smiling Potion inizialmente si inabissa nelle note scure del basso di Brandi Wynne, sulle quali poi si stendono ondate sonore procurate dalle tastiere. Il sound degli OT è talvolta capace di stordire; delirante, immaginifico e visionario.

Ancora un ritmo cadenzato, in loop ed una intro morbida per Rubbing Shoulders with the Absolute, forse il pezzo meno “estremo” in programma.

Il trip si conclude con Zenlike Creature, anche questa eseguita durante la data capitolina. Degna chiusura perchè a mio avviso si tratta di uno dei momenti migliori dell’intero lavoro, tirato, elettrico, acido.

Avendoli visti proprio di recente posso affermare che i Ozric Tentacles, on stage, sono ancora una band viva ed in grado di coinvolgere ed entusiasmare, attingendo da un repertorio importante. Quanto a Technicians Of the Sacred invece, il nuovo album non propone alcunché di innovativo, offre un gruppo strettamente indirizzato sulle proprie e conosciute direttrici. In particolare: il primo CD si fa preferire mentre nell’insieme il lavoro diviene ripetitivo perché troppo dilatato. Un plauso all’onestà intellettuale e musicale di chi non cerca scorciatoie fuori tempo massimo, il sacro e trascinante furore di un tempo è però ormai esaurito.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

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