frontPrecisamente otto anni fa è cominciato il cammino discografico dei Barock Project, una band emiliana che si è affacciata sulla scena neo prog dapprima timidamente e via via acquisendo maggiore sicurezza e spessore, sino al 2012, anno di uscita dell’ottimo Coffee In Neukolln che ha rappresentato il disco della maturazione.

In quell’album si sono finalmente fatti più nitidi i contributi personali dei musicisti e dunque, esaurita una fase di tributo ai grandi del passato (E.L.P. su tutti), si sono potute cominciare ad apprezzare intuizioni più originali ed autentiche, fermo restando qualche toccata nel passato ancora presente qua e la.

Barock Project, divenuti nel frattempo un quartetto, presentano adesso il nuovo e quarto lavoro dal titolo Skyline. Oltre agli inamovibili Luca Zabbini (tastiere, basso) e Luca Pancaldi (voce), si sono aggiunti una coppia di giovani strumentisti modenesi: Eric Ombelli (batteria) e Marco Mazzuoccolo (chitarre).

Pur rimanendo incanalato perfettamente nel genere, il nuovo disco non manca di freschezza e di intuizioni moderne, provando ad andare oltre i consueti stereotipi; alcune concessioni ancora permangono ma il fastidioso e controproducente manierismo di molti gruppi emergenti viene qui largamente sconfitto.

Proprio su questo argomento a mio avviso si gioca la partita principale perché se è vero che le doti tecniche aiutano e recitano una parte importante nel genere, lo è altrettanto che sole non sono sufficienti: guardare all’epopea dorata per cercare di replicarne pedissequamente i contenuti è un esercizio sterile ed inutile, ammissibile al più per il disco di esordio dove spesso molti registri e obbiettivi devono essere ancora inquadrati.

Skyline fortunatamente è un disco di altra pasta, con un cantante che, grazie al cielo, oltre ad un bel timbro si disimpegna bene in inglese; un tastierista le cui doti tecniche/compositive lo fanno ritenere tra i più preparati, idee chiare ed un sound che ormai si è delineato, indirizzato con personalità (torno su questo tema perché troppo spesso può fare la differenza).

Dieci brani, tre dei quali sui dieci minuti, settanta minuti di musica (forse un pò troppi, parere del tutto personale) nei quali c’è pure spazio per un’ospitata di lusso. Una copertina i cui tratti, immediatamente riconoscibili, sono quelli di Paul Whitehead.

Belle armonie vocali introducono Gold, un brano dal ritmo molto serrato che mette in luce il drumming brillante di Eric Ombelli; un episodio in chiave heavy prog, almeno per la prima parte. La fase conclusiva invece trova un mood più raccolto, prima di un epilogo scoppiettante.

La breve Overture è una di quelle concessioni al passato di cui parlavo sopra, uno strumentale in cui Luca Zabbini porge omaggio al maestro (Keith Emerson) e la band con lui; bello, un’esecuzione trascinante ma oramai inutile nell’economia del sound della band.

La lunga title track, uno dei momenti più intensi, vede la partecipazione come voce e al flauto di Vittorio De Scalzi. L’ex New Trolls dipinge con incisività uno dei migliori passaggi dell’album, regalandogli una connotazione che, per buona parte, richiama certe atmosfere dei Jethro Tull per intensità e colori. Da sottolineare il lavoro prezioso alla chitarra di Marco Mazzuoccolo.

Roadkill ripropone la voce di Luca Pancaldi per uno degli episodi più particolari del disco; di nuovo un afflato quasi hard rock (chitarra su tutti) a permeare, in certi segmenti, uno dei pezzi più atipici in scaletta. Il flauto che riappare nella seconda sezione contribuisce a renderlo ancor più singolare.

Una chitarra acustica e la voce del singer danno il via a The Silence of Our Wake, altro robusto passaggio (oltre dieci minuti) in cui il quartetto sciorina una buona prova, La ballad proseguendo prende corpo con l’ingresso delle keyboards e di possenti orchestrazioni; grosse linee di basso, note jazzy del piano e la traccia lentamente si trasforma grazie ad un ritmo circolare, morbido, chiusa poi da un rapido solo della chitarra.

Un breve bozzetto acustico disegnato da piano, chitarra e voce. The Sound of Dreams è una piccola gemma il cui solo torto…risiede nell’estrema brevità.

Spinning Away, per contro, va di nuovo a cercare sonorità più aggressive, incalzanti. Break ad opera del piano spezzano momentaneamente il dilagare del ritmo ma si tratta di brevi intervalli, diversivi che non riescono a contenere l’avanzare della batteria.

A chiudere un trittico di ottima fattura. Tired dove il talento al piano di Luca Zabbini (se mai ci fosse stato ancora qualche dubbio) emerge prepotentemente; bella e determinata la linea melodica, il cantante è un interprete all’altezza, la dose di tensione che attraversa l’intero brano è quella giusta, l’inciso della chitarra è benzina sul fuoco.

A Winter’s Night rotola sinuosamente sui tasti del piano che accompagna la voce del singer, qui particolarmente intensa. Un bell’inserto di tastiere, con basso e batteria quasi in sottofondo, impreziosisce un passaggio molto dolce, evocativo.

The Longest Sigh conclude in modo spumeggiante: un’apertura veloce ed articolata e poi il pezzo prende a viaggiare sicuro, rotondo, con un ritmo regolare. Ancora il synth sugli scudi, il drumming di Ombelli diviene arrembante ed arriva il momento di un inserto della chitarra; è un crescendo inarrestabile sino al termine.

Un filo invisibile lega la precedente uscita a Skyline ma qui i Barock Project hanno sgrossato ulteriormente l’antico fardello di suoni vintage che a mio vedere ne limitava le potenzialità, dando spazio a maggiore inventiva. Missione riuscita !

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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