frontUna formazione ora “ridotta” a sette elementi ed in buona parte rinnovata, una nuova cantante in luogo delle due precedenti cui è riservato interamente il ruolo, l’utilizzo in pianta stabile di sax, flauto, violino, un sound che ha acquistato oramai una sua fisionomia particolare (un crossover prog che taglia come una lama molte sfaccettature del mondo progressive e qualcosa del metal).

Questo, in pillole, il ritratto di New World, album doppio e terzo della serie per il ritorno degli IO Earth a tre anni di distanza da Moments.

La band di Birmingham, oltre ad un’intensa attività live in cui ha trovato spazio pure una data in Italia lo scorso settembre, si è messa efficacemente al lavoro sfornando come all’esordio un doppio CD, frutto essenzialmente delle menti di Dave Cureton (chitarra solista e voce) e Adam Gough (tastiere, chitarra).

Il percorso e le traiettorie musicali di questo combo allargato sono molteplici, tanti gli input a comporre un puzzle molto variopinto: rapide citazioni zappiane, elementi di folk celtico, passaggi più canonicamente progressive, possenti tentazioni symphonic metal, incisi delle chitarre ora graffianti, ora improntati alla dolcezza. I ruoli non marginali che recitano fiati e violino contribuiscono ulteriormente a creare un imprinting cui non è facile assegnare precisi contorni.

Ne viene fuori comunque una sorta di sofisticato ed eclettico pastiche, vario e molto gradevole, nel quale i nuovi Linda Odinsen (voce), Jez King (violino, chitarra acustica) ed il giovane Christian Jerromes (batteria) contribuiscono non poco.

CD 1

Otto brani per una cinquantina di minuti davvero intensi; un’aura solenne permea alcuni dei momenti più significativi ed il primo assaggio se ne ha proprio con l’introduttiva Move As One, imperniata tra la bella voce della cantante, piano, keyboards e violino. Brano breve, una costruzione semplice ma davvero molto suggestiva.

Ruggisce la chitarra di Dave Cureton nella successiva Redemption. Buon ritmo, lavoro serrato tra la batteria ed il basso di Christian Nokes; un ingresso da soprano della Odinsen ed un crescendo importante delle tastiere. E’ la volta del sax (Luke Shingler) ad aprire per una epica orchestrazione che rimanda da vicino a celebrati episodi symphonic metal. Un nuovo sontuoso solo della chitarra anticipa la potente chiusura.

Dalle ceneri di Redemption nasce Journey To Discovery. Improntata su di una struttura simile, gran tiro del pezzo sin dall’inizio, il sound continua ad essere ammantato di un alone epico; va sottolineata la prova vocale della singer, sicura e presente.

Da il ritmo la chitarra acustica, assecondata dal piano, per l’apertura di Trance, pezzo ipnotico dal sapore etnico, vagamente new age; il suono di archi, la voce della cantante ed un ritmo divenuto leggermente più sincopato anticipano l’ingresso a sorpresa della tromba prima e del flauto in conclusione.

Morning si avvia dolcemente, un arrangiamento curato e ricco di sonorità circonda il cantato soave. Una pausa dettata dall’acustica e dal piano e poi un tuffo in un’atmosfera di stampo celtico, un segmento folk molto evocativo in cui il flauto si erge protagonista. La seconda sezione, strumentale, prosegue sul tema principale elaborandolo con un solo dell’elettrica, prima dell’epilogo corale.

Le percussioni di Ed Mann (già con Frank Zappa) sono al centro dell’attenzione in Collision, pezzo strumentale dalla partenza lenta, sospesa. Improvviso, uno scatto sonoro di sicuro impatto in cui gli strumenti più consueti si mescolano con marimba, gong, dulcimer e l’intero arsenale di Mann. E’ un continuo alternarsi di pause ed esplosioni, di stop e ripartenze con cui lo spettro musicale della band si allarga a dismisura.

Ancora, uno dei momenti migliori, Fade To Grey. Sensualità sgorga dalla chitarra di Cureton e dalla voce di Linda Odinsen, un arrangiamento molto curato crea lentamente un tappeto sul quale adagiarsi mollemente; siamo in un mood jazzy quando, improvvise, giungono delle aperture larghe e crescenti, tipiche del progressive inglese. Un break molto sostenuto del sax precede un nuovo inserto (fulminante) della chitarra.

New World Suite conclude bene il primo CD; tirata e grintosa inizialmente, con la batteria in buona evidenza e capace di sorvolare poi molteplici stati d’animo, trovando ampie parti orchestrali ricche di pathos.

CD 2

Epica e potente, Insomnia  inaugura il secondo CD e si tratta di una lenta e profonda immersione in acque tenebrose ed oscure, lambite da repentini squarci di un coro; è quindi il sax, in solitaria, a colorare una fase di attesa che precede il ritorno massiccio di cori e orchestrazioni. L’epilogo è affidato, su di un notevole crescendo del drumming, ad un lungo solo della chitarra.

Red Smoke vive un avvio lento, ipnotico per poi improvvisamente prendere quota; sono presenti ancora suoni di archi in un moto ascensionale che si spezza all’ingresso della sei corde. Comincia così un’alternanza tra il movimento sinuoso iniziale e rapide verticalizzazioni, in un  mélange riuscito.

Echi vagamente floydiani annunciano l’arrivo di The Rising, a mio avviso uno dei passaggi più pregnanti di questo CD. Note del piano in perfetto Wright style e poi una chitarra passionale, bollente; un avvio estremamente emozionale che cresce, in un tourbillon di accordi. Un passaggio strumentale interamente giocato sull’atmosfera.

Violino e piano, un mood profondamente malinconico per la seguente Body And Soul. Ben presto il brano, guidato dal registro altissimo della cantante, prende forza e corpo; un secondo stacco curato dal flauto prelude ad un finale orchestrale ed arrembante.

La giusta tensione sin qui presente cala in parte nelle successive tre tracce. Colours offre da prima tanto spazio alla chitarra e ad un andamento più grintoso e aggressivo; in seguito la melodia dettata dalla Odinsen innesca il consueto contrasto dolce/tagliente, l’esito pur soddisfacente è prevedibile.

Follow vede al microfono Dave Cureton, suoni scuri ed incombenti; linea melodica e refrain piuttosto ripetitivi, il pezzo “gira” ma non decolla, nonostante un brillante inciso del chitarrista.

Infine Dreams, intrisa di sonorità ovattate e notturne; un brano di complemento, una buona atmosfera su rivoli pop ma forse avulso dal contesto.

Tocca dunque alla title track calare il sipario; la corrente musicale torna a transitare con più fluidità, il sound acquista spessore e riscatta i brani immediatamente precedenti. Ritmo serrato, una potenza di fuoco che finalmente torna a farsi apprezzare; nuovamente ampi spazi per la chitarra solista ma è la prova corale della band che lascia il segno.

Il primo Cd a tratti entusiasmante, il secondo buono nella prima parte poi sensibilmente in calando; non c’è dubbio che con New World gli IO Earth abbiano sfoderato una prova persuasiva che, oltretutto, evidenzia come lo spirito compositivo della band sia tuttora in evoluzione. Al solito, ma forse è un limite del tutto personale, rinunciando ad un quarto d’ora di musica avrebbero sfiorato il colpaccio.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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