frontPoco meno di tre anni fa i Between The Buried And Me pubblicavano The Parallax II, un disco che a mio avviso segnava un ulteriore evoluzione del loro sound, abbracciando ormai in toto un prog metal tecnico e talvolta estremo, conservando alcune tracce, qualche segnale del death metal contenuto nelle prime pubblicazioni.

La band di Raleigh, in questa configurazione dall’uscita di Alaska (sono già trascorsi dieci anni fa), ha raggiunto una consapevolezza ed una fisionomia ben precise; questo processo di maturazione è passato, come detto, attraverso un graduale mutamento del sound, della gestione delle parti vocali, dell’approccio compositivo che oggi è sicuramente più open ma non per questo meno caratteristico, evidenziando se mai una cura dal lato tecnico ancor più elevata.Coma Ecliptic è il titolo del nuovo lavoro, settimo in ordine di tempo; nuovamente un concept che sento di poter dire riparte comunque dalla precedente uscita e ne prosegue il discorso, confermando quello che si può considerare il nuovo orientamento del gruppo: probabilmente viene meno parte dell’istintualità per lasciare spazio a soluzioni più studiate e pensate. Al solito in questi casi la chiave di lettura può essere duplice, personalmente non lo trovo un epilogo mortificante posto che, a tredici anni dall’esordio, certa freschezza possa (fisiologicamente) venire meno.

La storia, in breve, vede il viaggio a ritroso di un uomo in stato di coma il quale ripercorre numerose vite precedenti e ad ognuna di esse, come fossero stazioni intermedie, può scegliere se fermarsi o proseguire alla ricerca di una situazione migliore. Tema non particolarmente originale o nuovo, ma i BTBAM da qui partono per un itinerario musicalmente interessante, sufficientemente variato e non privo di qualche colpo a sorpresa.

Un’opera corposa, quasi settanta minuti, questa pubblicato per Metal Blade, in cui Tommy Giles Rogers compie le solite “fatiche di Ercole” sdoppiandosi tra voce cleanscream e growl. Come in occasione di Parallax II il cantante americano si disimpegna brillantemente davanti ad un vero super lavoro, costretto ad interpretare varie parti e differenti stati d’animo. L’attività delle due chitarre (Paul Waggoner Dustie Waring) si conferma preponderante: una coppia affiatata da un decennio che ha raggiunto probabilmente, dal punto di vista esecutivo, la piena maturità. Ma non va dimenticato l’altro fondamentale pilastro su cui poggia il sound della band, e cioè l’asse ritmico e propulsivo formato da Dan Briggs (basso) e Blake Richardson (batteria): un vero muro, invalicabile, fatto di tanta presenza e fisicità.

La produzione di Jamie King va in profondità, trasformando di volta in volta il concept quasi in una rock-opera, facendo leva su un ampio spettro di soluzioni sonore e sulla carica incontenibile della band.

Intro di grande atmosfera con Node, un suono quasi di “galleggiamento” ad anticipare l’immersione nell’abisso.

The Coma Machine segna il vero e proprio inizio, alternando pause di piena immobilità a brucianti accelerazioni segnate dalla voce di Rogers che rimbalza tra growl e clean. Riff granitici ma linea melodica netta; un interludio strumentale tirato e potente con in evidenza la batteria (davvero inarrestabile qui Blake Richardson), quindi la conclusione, larga e corale.

Un breve passaggio (Dim Ignition) segnato dall’elettronica delle keyboards suonate dal cantante e si prosegue con due tracce di uguale durata, dall’esito incoraggiante anche se non entusiasmante; la prima (Famine Wolf) va a ripescare tensioni death unite al metal più tecnico e serrato ma, per buona parte, si avvita un pò su sé stessa alla ricerca del colpo a sensazione. La seconda (King Redeem – Queen Serene) punta invece ad una linea melodica più accessibile e diretta, cullandosi inizialmente su sonorità morbide; lo svolgimento vede poi un rapido incresparsi del mood, suoni duri e sincopati occupano la scena mettendo di nuovo in luce un drumming di rara potenza. Sicuramente l’impatto è netto, l’originalità forse meno.

Si succedono poi degli ottimi passaggi che, a mio parere, rappresentano il meglio dell’album, a cominciare da Turn On the Darkness. Possente come un martello, tagliente come una lama, qui i BTBAM sembrano trovare un alto livello di ispirazione, offrendo il meglio del loro potenziale. Un lungo solo di chitarra pulito, in chiave classic rock, giunge a sorpresa prima di un segmento conclusivo che si riallaccia al tema iniziale.

The Ectopic Stroll compie un piccolo passo indietro dal punto di vista della tensione; non manca fantasia, ma a conti fatti pare a tratti slegato, diciamo che va a folate con meno coesione rendendo l’ascolto meno appagante.

Sopratutto pathos ed energia per la successiva Rapid Calm, dotata di fasi in crescendo che non possono lasciare indifferenti; tocca ai diversi registri vocali di Rogers caratterizzare appieno il brano, dettando pause e ripartenze.

Il singolo prescelto come battistrada è la lunga Memory Palace, sicuramente uno dei pezzi più tirati e che meglio rappresentano l’attuale sentire del quintetto. Ancora, un occhio attento alla melodia (mai banale) ed una ritmica pulsante, fasi diverse che si alternano tra loro, ingranaggi apparentemente complicati ma che in realtà hanno il merito di risultare molto scorrevoli.

Option Oblivion si segnala per dinamismo ed aggressività, breve se paragonata ad altre ma un vero concentrato di quel prog metal estremamente tecnico che ha reso celebre la band; spazio a fiammeggianti soli delle chitarre, una melodia incisiva e la consueta batteria su tutto.

Chiusura “soft” con Life In Velvet, piano-tastiere e voce a disegnare i contorni di una ballad che ben presto trova una potente esplosione grazie alle chitarre, basso e batteria. E’ un finale rutilante, corale e conciso.

In sintesi posso dire di recepire Coma Ecliptic come un’estensione e una rielaborazione della precedente uscita, ci sono dei punti di contatto ma anche qualche intuizione aggiuntiva. Si tratta sicuramente di un album interessante e ben suonato; unico neo da sottolineare, una dilatazione eccessiva a fronte di un ascolto comunque abbastanza impegnativo.

Max

 

 

 

 

 

 

 

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