frontIl cammino di una band può essere influenzato da molteplici fattori, oggi ancora più di un tempo; al di la del talento, delle idee messe in campo e dell’entusiasmo profuso, il web ha modificato radicalmente le abitudini degli appassionati, le modalità di ascolto e fruizione della musica. Ci troviamo continuamente sommersi da una quantità di offerta sonora enorme ed escludendo quei nomi che sono divenuti nel tempo un vero brand, per gli altri spesso emergere è una lotta disperata.

Il nostro Paese, atipico in tutto o quasi, non si smentisce neppure in questo ambito; ecco che spesso gruppi dotati di uno spessore notevole ricevono larghi e convinti consensi all’estero mentre stentano ad imporsi dentro i patri confini.

Ciò nonostante proseguono speditamente la loro marcia i Kingcrow, pronti finalmente a presentare il loro sesto lavoro intitolato Eidos. La band romana, forte di importanti tour in Europa e negli U.S., è stata sin qui generalmente etichettata come appartenente al magmatico fiume prog metal; un ascolto attento del precedente album (In Crescendo 2013) metteva però chiaramente in luce che era in atto un processo di espansione, di dilatazione dei confini musicali.

Eidos è probabilmente la summa del lavoro prodotto sin qui dai Kingcrow e denota un ulteriore ampliamento di orizzonti nel songwriting di Diego Cafolla, mai proiettato in avanti e consapevole come in questa occasione; se già due anni fa erano piuttosto percepibili i segnali di un rinnovamento, ora questi sono giunti a piena maturazione.

La storia del rock racconta di tante band che hanno scelto di rimanere ancorate stabilmente ad un modello, vuoi per comodità, vuoi forse per inadeguatezza o per timore dell’evoluzione; i sei ragazzi romani hanno scelto invece la sfida (certamente più insidiosa) del cambiamento e della crescita ottenendo, parere del tutto personale, ottimi risultati.

Con una formazione immutata rispetto alla precedente uscita, Eidos (pubblicato per Sensory Records) propone 10 brani che, se da un lato sono il completamento di un cammino intrapreso con Phlegethon, al tempo stesso inaugurano a mio parere una nuova stagione per la band, foriera di successive sorprese. Sono ancora compresi naturalmente dei passaggi aggressivi, abrasivi, parte integrante del DNA del sestetto ma in più di un frangente si assiste a piacevoli e convinti sconfinamenti nel mondo più propriamente progressive.

Passando in rassegna la scaletta, il disco prende il via con la potente The Moth, un vero macigno dove si intersecano frequentemente le chitarre di Diego Cafolla e la graffiante solista di Ivan Nastasi; un break “spagnoleggiante” dell’ acustica, una frazione sospesa e poi il drumming crescente di Thundra Cafolla apre alla ripartenza. Bello e deciso il timbro di Diego Marchesi prima dell’epilogo nuovamente orientato su di un mood iberico, con ampio spazio ad armonie vocali.

Secondo brano e cominciano a mutare gli scenari. Adrift infatti disegna una melodia rotonda, larga, che avanza con naturalezza e continuità; le chitarre ricamano in sottofondo e Marchesi si propone a mio parere come una vera “presenza”. La seconda parte offre un segmento strumentale più ispido, quasi in loop, per poi esplodere letteralmente travolgendo sino ad uno stop. Di qui il frammento conclusivo ritrova una linea melodica molto pregnante, impreziosita da un solo della chitarra ispirato.

Impossibile rimanere seduti ascoltando Slow Down. Ci sono frazioni assolutamente trascinanti e “cattive”, riff sanguinari ed un drumming martellante (qui Thundra Cafolla si supera), si sovrappongono piani diversi, stacchi da brivido, audaci intersezioni vocali; la seconda fase del brano è un volo radente.

Quando meno te lo aspetti arriva uno degli episodi più belli, “caldi” e sorprendenti del disco, Open Sky. Una ballad sognante caratterizzata da una magnifica scelta dei suoni, da una sezione vocale vivamente emotiva, da un solo della chitarra ad alta tensione. Va sottolineata poi la coloritura importante impressa dalle tastiere di Cristian Della Polla, capace di innalzare ulteriormente il tasso di coinvolgimento, così come l’accurato lavoro operato dal gruppo sulle armonie vocali.

A testimoniare il legame con quanto cominciato in passato, giunge la quarta e ultima parte di Fading Out: si tratta del completamento di un brano nato nel 2006 per Timetropia e proseguito poi con Phlegethon. La conclusione di un pezzo storico del gruppo, dove ancora protagonista è un sentore spagnolo, latino, elaborato poi con sonorità più cariche.

The Deeper Divide è un nuovo passaggio velato di profonda malinconia, amplificata dall’arpeggio iniziale dell’acustica e dal tappeto di keyboards in sottofondo. L’ingresso della batteria conferisce un supporto aggiunto, aumentando l’enfasi del brano con un breve tratto strumentale sino ad una splendida apertura affidata ad un ottimo impasto vocale. Un breve tracciante della chitarra e quindi una sospensione; le sonorità divengono taglienti per tornare infine ad abbracciare un epilogo melodico.

Ritmo, aggressività, tensione: tutto questo caratterizza la successiva On The Barren Ground, drumming marziale e sonorità scolpite nella pietra. Un largo crescendo melodico si alterna a riff assassini; ritmo serrato ed implacabile e le chitarre ad erigere un granitico muro di suoni. Se di prog metal si parla, quello dei Kingcrow è decisamente particolare e composito.

Il viaggio in musica prosegue con At The Same Pace, altro riuscito esempio di come la band, oltre a fare coesistere due anime, due sentori musicali, sia ormai in grado di colorarli con estrema personalità, alzando ed abbassando la tensione a piacimento. Notevoli in questo caso i cambi di ritmo e di paesaggio sonoro a sottolineare, lo ribadisco, un attitudine ad aprirsi, ad “invadere” differenti territori musicali.

La title track parte con uno scatto bruciante per poi ripiegare elegantemente in un mood raccolto, un momento morbido con qualche vaga eco psichedelica. Lo sviluppo prevede un successivo strappo, un’increspatura ritmica senza rinunciare a tenere in evidenza la melodia. Uno stop, una pausa di attesa strumentale che prende corpo man mano, sino ad un riff che funge da raccordo con il dissonante tema iniziale.

Un autentico tuffo al cuore, suoni magici dentro i quali ritrovare tanti ricordi e sensazioni. If Only chiude splendidamente questo album e meglio di ogni altra riesce a sintetizzare il potenziale in emersione dei Kingcrow. Malinconia, nostalgia, forse anche disillusione…questi alcuni dei sentimenti che si propagano dagli accordi di un brano che credo potrà davvero sorprendere per la finezza (e la varietà) della composizione. Da sottolineare pure il lavoro oscuro del basso di Francesco D’Errico, forse non appariscente ma in realtà vero collante sonoro.

Con Eidos i Kingcrow spiccano quel salto qualitativo che si prefigurava ampiamente con In Crescendo, dimostrando come sia possibile ampliare i propri orizzonti e prospettive musicali basandosi sulle idee e non solo ed esclusivamente su doti tecniche esasperate. Un album trasversale, un vero e proprio contenitore dentro il quale si possono rintracciare molti input ben amalgamati, a travalicare il genere.

Max

 

 

 

 

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