Riverside (Alchemica Music Club, Bologna, 15 Luglio 2015)

Pubblicato: luglio 16, 2015 in Recensione Live Shows
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Bene i Riverside, alcuni cavalli di battaglia proposti in una veste coraggiosamente rielaborata, i nuovi pezzi suonati dall’album in uscita il prossimo settembre tra i quali uno in assoluta anteprima; bene ancora la loro tenacia e il “darci dentro” in un contesto francamente impossibile.

Molto male il resto: in una serata afosa affrontare la temperatura equatoriale presente all’interno dell’Alchemica Music Club ieri a Bologna è stata infatti un’impresa temeraria, al limite del collasso; dispiace dirlo ma, se da un lato va premiata l’intuizione dei promoter che sono riusciti a portare in Italia la band polacca, da un altro è bene sottolineare che organizzare concerti in queste condizioni probabilmente è deleterio.

La comunicazione riguardo i biglietti e la certezza della data è stata a dir poco insufficiente, anzi, quasi nulla; sarà stato il periodo, certo non indicato per un concerto “indoor”, fatto sta che si contavano a malapena un centinaio di presenti, costretti tra l’altro ad attendere sino alle 22,30 per l’inizio dell’esibizione in una situazione di disagio ambientale davvero al limite.

In questo frangente dunque onore al gruppo del carismatico Mariusz Duda che è riuscito ad offrire una prova tutto cuore contro ogni avversità, dilatando tra l’altro la scaletta a differenza di quanto previsto.

Non ci sono particolari fuoriclasse, tecnicamente parlando, tra le fila dei Riverside; la loro forza si esprime attraverso l’insieme, le atmosfere cupe-malinconiche o, al contrario, graffianti che sanno tratteggiare, sopratutto attraverso la voce del bassista e le tessiture importanti e pregnanti delle tastiere di Michał Łapaj

Non trascendentale il drumming essenzialmente muscolare di Piotr Kozieradzki così come, a conti fatti, le delicate e sognanti parti affidate alla chitarra dell’ora barbuto Piotr Grudziński sono risultate centrate ma, forse, meno scintillanti del previsto.

Detto questo, ripeto, ciò che colpisce del quartetto polacco è l’insieme, la forza evocativa e l’energia che riescono a sprigionare come un blocco unico e compatto, guidati da un autentico faro, Duda.

Se Shrine of New Generation Slaves ha giocato la parte del leone nella scaletta con l’esecuzione di pezzi come Feel Like FallingThe Depth of Self-Delusion, We Got Used to Us (molto intensa) ed Escalator Shrine, non sono mancate ovviamente felici ed emozionanti incursioni nel passato della band.

Una vibrante versione di Egoist Hedonist, una Conceiving You  dove francamente mi aspettavo qualcosa in più a livello emotivo dalla chitarra di Piotr Grudziński, una monumentale 02 Panic Room, una sorprendente The Curtain Falls marcata da un insolito solo del basso di Mariusz.

Quanto ai brani tratti dall’imminente  Love, Fear and the Time Machine, il primo anticipato già dalla band ha confermato dal vivo le impressioni che mi aveva suscitato al primo ascolto; Discard Your Fear infatti è un pezzo che a mio avviso non decolla completamente, indugia su qualche richiamo di troppo ai Depeche Mode e mette in campo un refrain in stile Coldplay davvero poco entusiasmante.

Più diretta e di impatto invece Lost (Why Should I Be Frightened By a Hat?) anche se, devo sottolinearlo, era per me il primo “contatto” in assoluto.

Al netto di una calura insopportabile, resta l’impressione di una band consapevole, sicura di sé, giunta ormai a piena maturazione. Ribadisco, non era facile in un contesto simile ma i quattro hanno condotto in porto un’ottima prestazione; cresce adesso la curiosità e l’attesa per il nuovo lavoro che mi auguro al livello dei precedenti.

Max

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 Foto di Fabio Morales

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