folderUn interprete delicato e dallo stile molto espressivo, un impianto musicale raffinato; pubblicato per Inside Out esce dunque Stupid Things That Mean the World, la nuova fatica di Tim Bowness, già voce inconfondibile del progetto No-Man in collaborazione con Steven Wilson. Accantonato forse definitivamente il duo, prosegue così il viaggio in solitaria del sofisticato cantante inglese, forte degli ottimi riscontri ottenuti esattamente un anno fa con Abandoned Dancehall Dreams.

Un cast di prima grandezza e qualità collabora fattivamente alla realizzazione di quello che però, anticipo subito, personalmente valuto come un sensibile passo indietro quanto a freschezza di idee ed incisività delle melodie rispetto al recente passato.

Non mancano ovviamente le ballad più malinconiche e sognanti che caratterizzano il repertorio di Bowness, la scelta delle atmosfere eteree e dei suoni e la pulizia degli arrangiamenti restano di ottimo livello ma la profondità emotiva di brani come Smiler At 50, Songs Of Distant Summers o Dancing For You qui non viene eguagliata.

Ad un anno soltanto di distanza è logico che non possano mancare gli agganci ad Abandoned e proprio qui a mio avviso sta il problema, nel senso che Bowness, travolto dal furore dell’ispirazione, si è inteso riproporre forse con troppa urgenza; un lasso di tempo maggiore avrebbe probabilmente consentito una migliore messa a fuoco e d’altra parte lo stesso artista ha recentemente confermato quanto questo nuovo e terzo lavoro sia in realtà la prosecuzione del precedente.

La platea di ospiti illustri è impressionante, nobilitata dalla presenza di Bruce Soord (Pineapple Thief) che ha curato il mixing ed ha apportato qualche contributo alla chitarra. Con lui, Peter HammillColin EdwinPat Mastelotto, David Rhodes (chitarrista di Peter Gabriel), la valente violinista Anna Phoebe ed il vecchio sodale Andrew Brooker, attualmente batterista dei Sanguine Hum.

A ben vedere, volendo ricercare un fattore diverso, un elemento distintivo, si coglie (a tratti) un lieve spostamento verso il terreno sonoro più battuto dai Pineapple Thief, il che sta ad evidenziare quanto l’apporto di Soord non sia stato una mera comparsata.

Sin qui il quadro a grandi linee ma desidero puntualizzare che non sto “celebrando” un disastro; Stupid Things That Mean the World è un album che merita sicuramente una abbondante sufficienza ma che, come ho accennato sopra, ha il “torto” di essere stato pubblicato troppo a ridosso del predecessore. Ricalcandone in buona parte le orme, il confronto (che abitualmente trovo fuorviante) diviene ineludibile.

Nel dettaglio invece, comincio segnalando i due brani che più mi hanno convinto: il primo è Everything You’re Not, un puntuale lavoro d’interscambio tra archi e synth, la voce di Bowness “doppiata” in sottofondo da quella di Peter Hammill.

L’altro si intitola Sing To Me, un vecchio demo dei No-Man sviluppato ed arrangiato al meglio dal cantante; guidano voce e piano, sino ad un primo ingresso del violino di Anna Phoebe e poi di batteria e basso (Colin Edwin), per un’atmosfera molto suggestiva in cui i lontani echi wilsoniani sono ancora decifrabili.

Episodi di buona fattura sono pure l’introduttiva The Great Electric Teenage Dream, dove è possibile ascoltare la mano di Pat Mastelotto alle pelli ma, sopratutto, la regia palpabile e la tensione di Bruce Soord.

Una All These Escapes che vede la voce dell’artista circondata da tappeti di keys, un battere percussivo in loop e un mood in un corale crescendo.

La conclusiva e nostalgica At The End Of The Holiday, dove tra arpeggi di chitarra e ritmi molto soft si viene a creare una sorta di fitta e comoda ragnatela sonora sulla quale adagiarsi per spaziare con le emozioni.

Piacevoli comunque anche Where You’ve Always Been scritta in collaborazione con Phil Manzanera, la semi-acustica e quasi country Know That You Were Loved Press Reset, l’episodio più movimentato e alternativo presente sul disco.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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