frontUn’altissima qualità tendente al perfezionismo, un tipo di progressive moderno che si sviluppa ed evolve partendo da basi “classiche”; questi ed altri i tratti salienti utili a delineare il sound degli Echolyn, raffinata band americana da più parti indicata come una sorta di reincarnazione ed attualizzazione dei grandi Gentle Giant.

Definizioni a parte, torna in pista il quintetto della Pennsylvania proponendo I Heard You Listening, nono album di una serie (pregiata) che ha visto la luce nell’ormai lontano 1991; il nuovo lavoro segue di soli tre anni il disco eponimo, soprannominato amichevolmente “l’album delle finestre”. Un’attesa ridotta in questo caso per il successore di un disco doppio, inizialmente forse un pò ostico ma che cresceva ad ogni ascolto.

Non si smentiscono neppure in questo caso Brett Kull e compagni, pubblicando al solito un lavoro estremamente curato e ricco di contenuti, dal quale emerge il talento ed il tasso tecnico di un gruppo giustamente ritenuto di vertice nel genere. Ed è doveroso ricordare come gli Echolyn si siano da sempre proposti con il coraggio di innovare, rifuggendo dalle soluzioni più prevedibili e/o abusate, riuscendo così a tracciare una strada alternativa in un ambito musicale che troppo spesso soffre di stereotipi e di esiti pre-confezionati.

Ciò detto devo però ribadire (parere del tutto personale) che siamo davanti ad una band che sovente non fa dell’immediatezza o, comunque, del lato emotivo il proprio cavallo di battaglia, tranne forse che in alcuni episodi; il sound che permea I Heard You Listening è profondo ed avvolgente, regala spazio a splendide armonie vocali (al proposito va sottolineato pure il contributo di Jacque Varsalona) e a tessiture melodiche composite ma richiede attenzione e tempo dedicato.

Anche questo nuovo episodio del quintetto dunque non sfugge alla regola, regalando autentiche gioie a patto di concedere il tempo necessario per svelarsi interamente. Da una partenza morbida ma decisa al tempo stesso, sugli accordi delle tastiere di Christopher Buzby, nasce un brano che sa coinvolgere come Messenger Of All’s Right. Qui si manifesta il lato più melodico e soft del gruppo; il brano poggia su una grande coralità e sui consueti incroci vocali tra Raymond Weston e l’appoggio di Brett Kull e del resto della band; gustoso anche il breve ma incisivo solo della chitarra.

Di qui in poi le coordinate in buona parte mutano, nel senso che le sonorità si fanno più spesse, angolari, i ritmi più increspati. Ottimo esempio di ciò è rappresentato da Warjazz dove il duo ritmico Tom Hyatt (basso) e Paul Ramsey (batteria) sfodera una prestazione molto significativa.

Empyrean Views, passaggio che sfiora i dieci minuti, è uno dei momenti più brillanti del disco, la band offre un esempio di come sia in grado di conciliare ottima composizione, linea melodica precisa ed elevato tasso tecnico senza per questo perdersi in meandri impenetrabili. Certo, non sono pochi i dettagli, le sfumature, le variazioni che non ti aspetti e dunque un ascolto superficiale, come dicevo, non può premiare.

Ritmo serrato ed un piglio “frontale” per la seguente Different Days dove nuovamente va sottolineato il lavoro e l’impatto delle keyboards di Christopher Buzby: tra rimandi agli Yes e ai GiantEcholyn pongono il loro suggello su di un pezzo elaborato e vario che ha il merito di restare scorrevole.

Con Carried Home, inspiegabilmente, la tensione cala in modo sensibile; giocato su di un’atmosfera “complice”, il pezzo a mio avviso non prende quota, restando agganciato a terra in una sorta di limbo. Qualche sonorità alternativa ma rivela un andamento piatto e le stesse linee vocali, solitamente punto di forza, qui sono poco convincenti; provvidenziale un nuovo e breve solo della sei corde a garantire una spruzzata di colore.

L’album riprende mordente con l’aggressività sincopata di Once I Get Mine, l’Hammond sullo sfondo ed una spirale sonora che avvolge e stringe inesorabilmente. Una seconda sezione di cupa attesa precede un epilogo funambolico.

Il pathos torna a crescere con Sound of Bees, un momento denso di emotività, interpretata e trasmessa con lo stile particolare del quintetto americano. Una prog-ballad ben costruita, un’accurata scelta dei suoni e le giuste “vibrazioni”.

Con una partenza dolce, punteggiata dalle note del basso, All This Time We’re Given prende il via per dare poi spazio ad uno sviluppo più complesso: magici qui gli intarsi delle voci, la tensione è realmente palpabile, accresciuta dalla chitarra, la melodia intensa e struggente.

Per chiudere Vanishing Sun; un prologo strumentale funge da abbrivio ad uno svolgimento che, progressivamente, acquisisce spessore. Ampi squarci, crescendo inarrestabili, aperture improvvise: gli ingredienti ci sono tutti ma serviti in salsa (assolutamente) Echolyn.

Non sono certo che gli elementi forniti siano sufficienti a completare un’idea, I Heard You Listening è un lavoro da apprezzare personalmente e nella sua interezza. Per due terzi almeno lo trovo trascinante, ricco di intuizioni e spunti azzeccati, impreziosito dalle mani sapienti di cinque musicisti che, insieme, sono in grado di proporsi quasi come un’unica mente pensante.

Qualche episodio vive di minore energia ma nel complesso si tratta di un album di sicuro successo.

Max

 

 

 

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