O-Card (2015).inddCi sono voluti ben quattro anni per sentire di nuovo parlare dei Symphony X ma finalmente, proprio in questi giorni, viene pubblicato Underworld, album n.9 per la band americana, edito per Nuclear Blast.

Problemi fisici e alcuni progetti paralleli o solisti (in particolar modo l’attività di Russell Allen) hanno coperto il quadriennio che ci ha separato da Iconoclast, ad oggi top chart per il gruppo, album dalla notevole spinta ed impatto.

Come in occasione di Paradise Lost il mixing è stato affidato all’ottimo Jens Bogren, effettuato presso i suoi Fascination Street Studios; produzione invece curata ancora dal chitarrista Michael Romeo.

A sorpresa Underworld rappresenta una virata all’indietro, verso il thrash metal, prendendo in genere le distanze dal lato symphonic prog che tante gioie aveva regalato in passato; la spina dorsale del disco infatti è intessuta di sonorità veloci, taglienti e dark, il sound è decisamente appesantito e più ruvido; non sono molte dunque le epiche aperture melodiche che avevano avvicinato anche un pubblico progressive alla band del New Jersey.

Un tuffo nel passato che a dire il vero non mi entusiasma perché ha il sapore amaro del deja vu, della mancanza di nuovi stimoli ed idee, poggiando su soluzioni largamente prevedibili e scontate. Solo a sprazzi emerge qualche episodio ancora carico del giusto pathos; Russell Allen giganteggia ancora con la sua voce, Michael Lepond è davvero molto presente con il suo basso e Jason Rullo rimane una garanzia.

Per contro, di conseguenza, il ruolo in passato determinante delle tastiere di Michael Pinnella è stato qui sensibilmente circoscritto, ad eccezione di alcuni passaggi.

Così l’album, a grandi linee, lo si può dividere in tre blocchi: il primo piuttosto fiacco, un secondo e centrale dove si colgono segnali di risveglio e l’ultimo, decisamente il migliore, più pregnante ed incisivo.

Fanno parte del primo Overture, gotica ed epica ma oramai quasi fine a sé stessa. Il singolo Nevermore, un vero proiettile sparato alla velocità della luce, dotato indubitabilmente di un grandissimo tiro ma sensibilmente datato come “intenzione”. La title track in cui si cominciano a percepire le tastiere di Pinnella; grande aggressività di stampo thrash, drumming come da manuale con tanto di blast beat, fughe solitarie della chitarra di Romeo e delle keys ma, a conti fatti, il pezzo “odora” di riciclo e non sfonda. Una up-tempo ballad (Without You) che ha il merito di “girare” bene ma che probabilmente non mantiene le promesse, adagiandosi su soluzioni efficaci ma, francamente, abusate; un moto ascendente nella seconda sezione regala almeno un pò di pepe.

Proseguendo su questo schema il secondo blocco viene aperto da Kiss Of Fire che vede mantenere inalterata la velocità di esecuzione ma registra anche un maggiore apporto delle orchestrazioni. I riff restano improntati all’aggressività, la ritmica “picchia” senza pietà con grande rapidità di esecuzione. Charon se possibile aumenta il carico di energia, qui Romeo si fa apprezzare per una maggiore fantasia mentre il timbro di Russell Allen continua a farla da padrone; non c’è un attimo di sosta, ritmo frenetico e quantità di suoni impressionante.

To Hell And Back (il titolo non è un capolavoro di originalità) è la traccia più lunga e segna un passo verso i Symphony X più apprezzati degli ultimi anni; la ricerca di linee melodiche più raffinate, le tastiere che finalmente tornano a recitare un ruolo importante, un mix armonico tra sezioni più “tirate” ed altre più pensate, elaborate. Qui si cominciano a ritrovare rimandi al migliore repertorio della band, con un Romeo finalmente all’altezza della situazione.

In My Darkest Hour (di nuovo una citazione ?) completa questo secondo blocco e si segnala per una ulteriore increspatura dei suoni, con riff sempre più oscuri. La batteria martella velocissima, senza pietà e su tutti continua a torreggiare l’indomito Allen.

Il terzo e ultimo blocco, a mio parere il migliore, si apre con Run With The Devil, una corsa all’impazzata tra scale e fughe dove si inseriscono ottimi cambi di tempo, aperture melodiche efficaci e dunque in qualche modo viene recuperato un afflato più vicino al prog metal.

Swansong vive di momenti in crescendo, d’insieme, dove nuovamente piano e keyboards si ritagliano uno spazio interessante, creando pure intermezzi “cuscinetto” di buona fattura. Finalmente la costruzione dei brani prende corpo attraverso percorsi meno semplicisti.

Finale pirotecnico affidato a Legend con un Jason Rullo letteralmente incontenibile. Ottime accelerazioni si susseguono a stacchi imperiosi, solo le sezioni corali non mi lasciano completamente soddisfatto.

In questo caso la vena compositiva di Michael Romeo, a mio avviso, imbarca acqua dal punto di vista della fantasia e dell’originalità, rifugiandosi (quasi) sistematicamente in espedienti manieristici privi della necessaria scintilla; rimane sempre un “bel sentire” ma, obiettivamente, Underworld si pone per lunghi tratti come un mezzo passo falso. Solo nell’ultima parte trova un parziale riscatto.

Max

 

 

commenti
  1. Fabio Morales scrive:

    Comprato ieri…d’accordo su tutto

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