frontRispettando la cadenza di due anni come un meccanismo di estrema precisione, ecco uscire per Frontiers Records il nuovo e tredicesimo album in studio per i danesi Royal Hunt, dal titolo Devil’s Dozen.

A Life To Die For (2013) aveva registrato, pur tra esiti contrastanti, un necessario lavoro di limatura, di sgrossatura verso alcune “iperboli” melodiche proprie del sound del gruppo, oramai divenute un fardello pesante da riproporre; l’eccessiva prolificità di André Andersen alla lunga si è trasformata in un boomerang, tendendo a ricalcare quasi pedissequamente un unico modello e Devil’s Dozen, purtroppo, non segnala miglioramenti.

Anzi, se possibile, evidenzia a mio avviso una vena compositiva inaridita.

Sottolineo questo perché se da un lato non credo sia più possibile chiedere di reinventarsi ad una band dalla carriera piuttosto monolitica, da un altro ascoltando il nuovo disco pare evidente che la creatività, le idee, la spinta propulsiva delle composizioni si siano ridotte ai minimi termini.

Una pausa di riflessione per riordinare le idee ed introdurre qualche spunto diverso probabilmente si sarebbe rivelata proficua; mantenendo invece questa andatura esasperata di pubblicazioni ho come l’impressione che i Royal Hunt si siano pericolosamente avvitati su sé stessi, imboccando la via del non ritorno.

L’unica vera novità, e cioè l’ingresso alla batteria (temporaneo ?) di Andreas Habo Johansson in luogo di Allan Sørensen, non è sufficiente ad apportare nuova linfa nonostante la (tanta) buona volontà.

Nei sette brani proposti infatti la band di Copenaghen si limita a richiamare i cliché più scontati del proprio repertorio, offrendo davvero raramente qualche guizzo in grado di entusiasmare; se dal punto di vista esecutivo poco si può imputare al quintetto (a parte una certa staticità), è il lato compositivo quello debole e che presenta consistenti defaillance.

Ritmi tribali e roboanti orchestrazioni aprono per So Right So Wrong; ben presto però i chorus si rivelano tra i più prevedibili, la struttura e le progressioni scontate. La voce di DC Cooper si muove sicura ma non riesce ad incidere, a “sporcare” un brano alla resa dei conti piatto, cui nemmeno il solo della chitarra di Jonas Larsen riesce a donare le ali.

Tocca al piano di Andersen introdurre May You Never (Walk Alone), un classico esempio di cavalcata symphonic power metal dotata se non altro di buoni arrangiamenti e di un efficace lavoro alle pelli del nuovo arrivato. Un episodio dal buon “tiro” e dal quale scocca qualche scintilla.

Heart On A Platter purtroppo è un altro passaggio privo di originalità ed energia, la band veleggia sulle consuete e ormai abusate coordinate tra drumming marziale e un’atmosfera minacciosa imperniata sull’usuale crescendo. L’intervento della chitarra è provvidenziale ma non basta a dare la scossa necessaria.

Una nuova galoppata, pienamente di genere, segnata dalle tastiere ed il lavoro possente e simultaneo di basso e batteria; A Tear In The Rain porta con sé pure qualche richiamo AOR, si fa apprezzare sopratutto per il ritmo sostenuto ma la costruzione è del tutto prevedibile.

Un altro episodio di discreta fattura, Until The Day è la classica ballad che non può mancare, tra squilli di ottoni e archi in sottofondo. DC Cooper qui si mostra ispirato, colorando con il suo timbro un tessuto non particolarmente brillante, ravvivato poi da un lungo solo di Larsen.

Riches To Rags torna a fare rullare i tamburi con un avvio quasi folk grazie anche al suono del flauto; si snoda poi un brano che evolve però su di un terreno piatto, senza mordente, privo di una soluzione che possa colpire immediatamente.

Chiude, non senza difficoltà, Way Too Late. Dopo una robusta introduzione strumentale la via imboccata è sempre la stessa, tra tensioni sonore mancanti ed esiti assolutamente scontati.

Parlo a titolo personale ovviamente ma trovo Devil’s Dozen estremamente deludente, specchio probabilmente di un gruppo giunto ad un punto morto del proprio cammino. Non una zampata, non un passaggio fuori dal consueto, l’ostinato procedere su di un percorso oramai consumato, che ha già offerto quel che poteva dare.

Considerando anche le due prove precedenti fatico ad immaginare un futuro migliore per i Royal Hunt.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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