frontL’esordio nel 1997, un secondo squillo nel 2006 ed oggi, nuovamente a ben nove anni di distanza, il terzo sigillo. Silent Sentinel è il nuovo ed imponente lavoro dei Advent, band proveniente dal New Jersey appartenente ad un filone “colto/classico” in ambito progressive rock.

In un certo modo il maturo sestetto americano rappresenta un caso, nel senso che dopo gli inizi come tribute-band dei Gentle Giant  e Procol Harum e, pur con una produzione assolutamente limitata ed estremamente diluita nel tempo, ha saputo assurgere al ruolo di cult band di genere.

Cifra tecnica elevata, notevole gusto e doti di arrangiamento, capacità di esprimere delle polifonie da brivido ne fanno un gruppo di alta qualità e questo terzo disco ne è una riprova.

Tuttavia, Silent Sentinel è un lavoro che a mio avviso suscita anche qualche riflessione. Innanzitutto vive di una durata smisurata, poco meno di ottanta minuti, tirandosi dietro come “zavorra” qualche interludio di troppo (ben otto tracce vanno dai due minuti ai due e 45). Se alcuni di questi passaggi possono avere una loro valenza, altri credo siano in eccesso, cristallizzando all’infinito la trama.

Inoltre, e aggiungerei sopratutto, la “presenza” incombente dei Gentle Giant aleggia invasiva e questo, in tutta franchezza, mi pare inspiegabile per una band al terzo capitolo della propria discografia. E’ un argomento del quale già in passato ho avuto modo di scrivere, la scena prog offre molti di questi esempi (pensiamo ai Glass Hammer tanto per citare un nome ma ce ne sono altri) ed il mio metro di valutazione al riguardo rimane lo stesso.

Con queste doverose premesse, l’ascolto del disco rivela doti di esecuzione e precisione assolutamente “matematiche”, oltre la media. L’utilizzo di un nutrito arsenale di tastiere vintage (Henry Mark Ptak), i pirotecnici incastri vocali a quattro elementi, i cambi di ritmo vertiginosi affidati alla coppia Brian Mooney (basso) e Joe D’Andrea (batteria e violino), le delicate partiture acustiche e quelle incisive elettriche delle chitarre di  Greg Katona Alan Benjamin formano un caleidoscopio sonoro incredibile, che si esprime al meglio sulle medie e lunghe distanze.

Quasi mistica l’atmosfera che sprigiona la strumentale  In Illo Tempore, a precedere il primo importante assaggio vocale contenuto in To Dunsinane, carica di sentori del passato. Il primo breve intermezzo che vede protagonista la voce solista di Henry Ptak, On the Wings of an Ant (Verse 1), apre la strada ad un brano di una durata più corposa e dall’andamento in parte alternativo (Voices from California), basato su di una linea melodica più easy, aperta, tracciata dalle keys e punteggiata da un ritmo rotondo e da un secondo segmento più variato.

Cresce la tensione con la successiva  The Uncharted Path; dopo una partenza acustica il ritmo sale gradualmente per poi planare dolcemente sul suono di flauto e violino. Si crea un’alternanza continua per uno strumentale godibile.

Un paio di bozzetti …sospesi (l’acustico Reloj de Sol e la seconda parte di On the Wings of an Ant) e giunge il pezzo forte dell’album, la title track in forma di suite. Tutta la tecnica e l’estro esecutivo della band riescono qui ad emergere compiutamente, fermi restando gli inevitabili richiami descritti a livello compositivo. Inizialmente c’è pure un vago sentore di Anthony Phillips nel lavoro arpeggiato delle chitarre acustiche, è una sezione che precede la lenta costruzione di una muraglia sonoro/emotiva che, gradualmente, avvolge all’ascolto tra molte suggestioni del passato.

Un nuovo breve passaggio acustico (12/12) e arriva la scoppiettante Sentinel’s Reprise: The Exit Interview. Il mood è quello guida, con armonie vocali impeccabili ed improvvise fughe in avanti (ottimo il lavoro dell’elettrica).

Una nuova e breve frazione acustica (Second Thoughts), seguita dalla terza e conclusiva parte di  On the Wings of an Ant , anticipano due ulteriori segmenti di peso specifico diverso (Full Moon and Empty Hours Riptide in Aeternum, decisamente più strutturato).

Romanitas, altro epico e robusto episodio strumentale, completa la scaletta con enfasi e maestosità.

A titolo personale devo quindi sottolineare che, quasi paradossalmente, proprio le caratteristiche principali del sound Advent provocano sensazioni contrastanti, combattuto tra la piacevolezza dell’ascolto e l’evidente (talvolta esagerato) senso di derivazione della musica. Ho come l’impressione di un’occasione sprecata, tanto talento “costretto” in qualche modo a rimanere confinato in un perimetro, spesso piuttosto angusto; mi viene da pensare che ai protagonisti vada bene così e si divertano, il che può quanto meno essere sinonimo di sincerità.

Da appassionato invece, davanti a tanta grazia, avrei preferito un pizzico di coraggio in più, una maggiore spinta verso una personalizzazione del sound, forte di mezzi tecnici non comuni.

Max

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