frontProcede la marcia dei Spock’s Beard che aggiungono il dodicesimo tassello alla loro invidiabile collezione di album in studio; il nuovo nato, largamente preannunciato ed in uscita in questi giorni pubblicato da InsideOut, si intitola The Oblivion Particle. La band californiana si conferma stabilmente nella formazione autrice del lavoro precedente, l’ottimo Brief Nocturnes and Dreamless Sleep, con Ted Leonard voce solista ed il folletto Jimmy Keegan alla batteria (oltre che, occasionalmente, in veste di singer).

Il nuovo disco, oltre un’ora la durata, si pone come prosecuzione del precedente e a dire il vero registra qualche novità; il sound del quintetto non rimane rigidamente ancorato ai canoni consueti ma, in linea generale, manca un pò di brillantezza compositiva.

A fronte di una buona qualità degli arrangiamenti,di  una assoluta dimestichezza con trame articolate e di alcune prove personali di rilievo (Jimmy Keegan su tutti), trovo nelle prime fasi una generale sensazione di staticità, di prevedibilità che non depone a favore. Certo, stiamo parlando di una band in azione da venti anni e dunque un rilassamento quanto alle idee è fisiologico, poco da fare; riducendo però il lasso temporale ho invece l’impressione che The Oblivion Particle tenga solo a tratti il passo del predecessore, non sempre si accende la scintilla ed in alcuni episodi anche le linee melodiche non spiccano per freschezza.

Come detto c’è l’inserimento di alcune sonorità diverse dal solito (sopratutto nel caso di Alan Morse) ma, alla resa dei conti, pare un tentativo non troppo convinto; a questo proposito va invece segnalata la presenza del violino dei KansasDavid Ragsdale, nel brano conclusivo.

Abbandonate le suite chilometriche in uso sino a qualche anno fa, i Spock’s Beard puntano oggi su brani di media-lunga durata dove le strutture compositive, beninteso mai banali, risultano maggiormente concentrate, sintetiche; un’ impostazione che mi trova concorde e che permette alla band, se ispirata, di regalare ancora passaggi emozionanti come l’avvio dell’album dal titolo Tides of Time, il momento del disco più aderente alla storia del gruppo.

Questa forse può suonare come una contraddizione ma in realtà è uno dei pezzi più incisivi e dalla forte presa, dotato di una notevole spinta e che a mio avviso sarebbe stato perfettamente contenuto nella precedente uscita; dunque, un passaggio tipico, caratteristico, ma impregnato dei giusti umori, molto vivace. Tra ricami e svolazzi del funambolico Ryo Okumoto e la groove possente del duo Dave MerosJimmy Keegan, tocca alla voce di un Ted Leonard ormai padrone assoluto del ruolo e agli inserti delle chitarre di Alan Morse colorare a piacere un brano riuscito e vario, con un epilogo che ricorda da vicino l’epica di ELP.

Anticipata come singolo, Minion parte con un exploit corale del gruppo ed un ritmo sincopato dove si mette in evidenza il basso di Dave Meros. Su di una buona linea melodica dettata dal timbro protagonista di Leonard, il brano conserva un bel tiro, mettendo a segno piacevoli sezioni di chitarra e tastiere.

Con un arpeggio dell’acustica, doppiata poi dalle keys, si apre Hell’s Not Enough; un andamento cadenzato prepara ad una prima e progressiva accelerazione. Suoni calibrati, su di un regime di rotazione in progressione ma poco graffiante, planando su soluzioni piuttosto ovvie. Il finale convulso riscatta parzialmente le sorti del brano.

La voce di Jimmy Keegan guida in Bennett Built A Time Machine, una traccia ampiamente prevedibile con lontani echi vocali in stile Beach Boys; una sorta di viaggio musicale a ritroso, di per sé gradevole ma che non spicca il volo (meglio comunque nel segmento strumentale).

Arriviamo al giro di boa con Get Out While You Can, il momento a mio avviso più basso del disco, dove la musa ispiratrice aveva momentaneamente abbandonato i Spock’s Beard. Piatta la melodia, senza corpo la struttura, scarna l’atmosfera. Risultato: un pezzo che per parte mia avrebbe potuto rimanere fuori dalla scaletta.

Molto meglio con la coppia di songs a seguire e la qualità torna a salire. A Better Way to Fly vive un’introduzione sospesa grazie alle keys, per poi esplodere grazie al lavoro potentissimo del duo ritmico. Batteria e basso qui offrono passaggi di alta scuola impartendo un ritmo bestiale mentre, sullo sfondo, Okumoto continua a tessere arazzi fiabeschi tra mellotron e mini moog.

Bene pure The Center Line appoggiata inizialmente su una parte solista di piano. Tempi dispari e serrati per una frazione-ponte prima dell’apertura melodica affidata alle keyboards ed alla voce di Leonard. Finalmente ritorna il piglio giusto con le consuete ascese sonore, gran ritmo e tutta l’energia che la band sa offrire quando è al meglio, centrata.

Oltre dieci minuti, la maggiore durata è riservata a To Be Free Again. Un’apertura strumentale, evocativa e maestosa, guidata da un tappeto di tastiere sfuma in un primo arpeggio di Alan Morse e vede l’ingresso del canto. Il ritmo sale gradualmente e con esso la tensione del pezzo che subisce uno stop verso la metà, come a spaccarsi in due; una fase più intimista con sonorità calde si dipana lentamente, accecata da improvvisi bagliori sonori, sino all’epilogo corale e travolgente.

Cala il sipario sulle note di Disappear, passaggio morbido e suadente che, come detto, vede in azione anche il violino di David Ragsdale. La giusta enfasi, improvvisi cambi di ritmo e di scenario, tutta l’esperienza ed il mestiere della band emergono prepotentemente in un pezzo, oltretutto, finemente arrangiato.

The Oblivion Particle riserva dunque luci ed ombre; ad una prima parte piuttosto fiacca, sopratutto in alcuni episodi, risponde una seconda decisamente più spumeggiante ed all’altezza del blasone della band. Complessivamente, questo è certo, un buon lavoro ma quei tre passaggi in tono decisamente minore lasciano un piccolo senso di fastidio; credo siano in grado tuttora fare di meglio.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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