frontCambiare, innovare…sì ma con criterio e, in assenza di idee fresche ed originali, meglio proseguire sulla propria strada, rinunciando magari a nuove ambizioni ed affidandosi invece ai propri collaudati mezzi. Questo in sintesi lo spirito che anima Under The Red Cloud, nuovo album dei Amorphis giunti così al dodicesimo lavoro in studio.

Prodotto in modo meno “luccicante” del solito da Jens Bogren (per la prima volta in regia con la band finlandese) e pubblicato per Nuclear Blast, riparte dall’ ottimo Circle uscito poco meno di due anni e mezzo fa e, apparentemente, non se ne discosta troppo, eccettuate sonorità a tratti più “sporche” (opzione sulla quale credo abbia avuto peso la scelta del producer).Un CD abbastanza contenuto, cinquanta minuti la durata, nel quale i dieci brani proposti vengono sparati in sequenza come proiettili, denotando una continuità impressionante tra loro e con il passato. Gli ingredienti alla base sono dunque quelli consueti, contenuti nelle musiche firmate in gran parte dal chitarrista Esa Holopainen e dal tastierista Santeri Kallio: grande forza propulsiva ed evocativa, melodie che non vengono mai perse di vista anche nelle fasi più concitate ed anzi, enfatizzate da improvvise aperture che spesso vanno a smorzare segmenti decisamente più aggressivi, la voce del singer Tomi Joutsen destinata a dividersi tra growl e clean.

Intense orchestrazioni, i testi curati dal solito Pekka Kainulainen e, unica e gradita novità, la presenza alle percussioni di Martin Lopez, batterista dei Soen ed ex Opeth.

Tutto come sempre dunque e, su tutto, l’abilità della band nel mettere perennemente a confronto due mood musicalmente contrapposti, cavalcando così con destrezza entrambe le anime cardine del melodic death metal.

L’avvio non è travolgente: la title track parte con buon piglio, Joutsen subito protagonista. Un alone epico caratterizza di tanto in tanto il brano che, pur “girando” da par suo, esprime un istintivo senso di deja vu; tastiere a profusione ed un buon solo di Holopainen cercano di apportare variazioni.

L’andamento non muta significativamente con la successiva The Four Wise Ones, cui però va il merito di essere un poco più strutturata e dunque meno prevedibile.

Segue dunque un blocco di cinque tracce che rappresentano il nucleo vitale dell’album e risultano anche le più convincenti, cominciando da Bad Blood: grande start delle keys ed ingresso fragoroso della batteria di Jan Rechberger ad anticipare uno dei pirotecnici ed inconfondibili crescendo della band.

Aumenta il tasso di aggressività con The Skull, unico brano composto dal secondo chitarrista Tomi Koivusaari. La trama prevede fasi dure e molto tirate alternate ad altre, più melodiche, con buoni inserti di chitarra e del piano.

Un’intro orientaleggiante e poi un’esplosione di ritmo per la serrata Death Of A King che mette in luce l’ottima intesa tra la batteria ed il basso di Niclas Etelävuori. Lo schema rimane però quello conosciuto, poche le deroghe, la musica comunque arriva diretta e trascinante, senza un attimo di tregua.

Il singolo scelto, Sacrifice, offre la giusta tensione e l’usuale gioco in bilico tra potenza e melodia. Tomi Joutsen convincente al microfono, per un tipico esempio di metal non estremo e fruibile anche da chi non è proprio appassionato del genere. Un nuovo solo bruciante di Holopainen eleva ancora di più il pathos.

Di nuovo il piano e poi una partenza razzo per Dark Path, sintonizzata su coordinate più ispide ma in grado di mutare volto all’improvviso grazie alla usuale “altalena” compositiva del gruppo; da sottolineare la ricchezza delle orchestrazioni ed il lavoro (notevole) di Santeri Kallio.

Enemy At The Gates si pone, almeno inizialmente, come uno degli episodi più agguerriti ed oscuri, punteggiato da suoni cupi e taglienti cui solo la voce clean del cantante fa da contraltare; lo svolgimento vede invece ancora repentine ascese guidate essenzialmente dalle keyboards.

Il flauto ed un salto all’indietro, a richiamare il periodo folk metal; così comincia Tree Of Ages, ben presto arricchita da un cospicuo arrangiamento, un ritmo battente ed un epilogo segnato dalle due chitarre.

Chiude White Night, cantata con il supporto della voce femminile di Aleah Stanbridge, giovane cantante di origine sudafricana; pezzo discreto e nulla più, dove la ricerca dell’atmosfera alternata a violenti stacchi è il filo conduttore.

In definitiva, parlando di “usato sicuro”, si tratta di decidere a quale dei due termini dare prevalenza; di certo Under The Red Cloud contiene ben poco di nuovo o di differente dalle incisioni precedenti e, ribadisco, emerge una evidente e ripetuta analogia costruttiva tra i vari brani in scaletta; mancano inoltre un paio di songs che riescano a svettare nettamente sulle altre. Il senso di piacevolezza comincia ad essere messo a repentaglio dalla monotonia.

Max

 

 

 

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