frontAccantonati i richiami “zappiani” del debutto, ridotte al minimo le concessioni pop, mantenuti gli sguardi verso le sonorità in stile Pearl Jam; con un sound largamente rinnovato e fortemente in odore prog metal tornano i gallesi Godsticks, esattamente due anni dopo l’uscita di The Envisage Conundrum.

Un lavoro molto più mirato, focalizzato su di un preciso sound che segna una svolta per il trio guidato dal chitarrista, cantante e tastierista Darran Charles; delle numerose variazioni proposte in passato rimane infatti solo qualche accenno, qualche traccia. Il comparto vocale beneficia tra l’altro della presenza di Bruce Soord, leader dei Pineapple Thief, in qualità di seconda voce, in occasione di due brani.Di fronte ad una virata così radicale, è naturale che entrino in gioco pesantemente i gusti di ognuno. Non conoscendo i Godsticks da questo punto di vista devo dire che inizialmente sono rimasto abbastanza incredulo; con gli ascolti immediatamente successivi invece non ho faticato ad entrare in sintonia con un sound insolito per la band ma, di certo, non inusuale alle mie orecchie.

Come dicevo Emergence è un album che si presenta molto coeso, compatto, le variabili sono minime come a volere segnare una linea di demarcazione con il passato, in alcuni passaggi il tono della musica è anche piuttosto aggressivo e va rimarcato come vi si cali a suo agio il timbro di Charles.

Allo stesso modo è da segnalare come il trio, per quanto limitato numericamente, riesca a produrre una notevole quantità di suono in un genere dove l’impatto è di basilare importanza, un dettaglio non trascurabile.

Partenza lanciata tra riff oscuri ed una eco di Alice in Chains (sopratutto a livello vocale): con Below The Belt comincia l’assalto sonoro dei Godsticks che va man mano acquistando pesantezza e profondità.

Una sequenza di brani possenti come Ruin (gran lavoro alla batteria di Steve Roberts), parzialmente dal sapore doom come l’ottima Much Sinister, sparati a tutta forza con un gran lavoro della ritmica (Exit Stage Right). Ruin ed Exit Stage Right vedono la presenza di Bruce Soord.

Un solo episodio impregnato di atmosfera, più delicato, una ballad completata dal lavoro degli archi e dallo svolgimento in lento crescendo (All That Remains). Un passaggio grintoso ma di matrice compositiva meno raffinata (Hopeless Situation) precede una coppia di pezzi molto serrati: nel primo (One Percent) si intersecano i dettami più classici del prog metal con alcuni sentori antichi che rimandano alle band americane anni ’90. In quello successivo (la title track) torna inizialmente l’inesorabile drammaticità del doom, soppiantata presto dal drumming effervescente di Steve Roberts; grandissimo tiro, traccia ad alta tensione tra le più riuscite del disco.

Chiude il set Lack Of Scrutiny, sette minuti incandescenti, ad ampio respiro e di buona intensità che raccolgono come in una sorta di riepilogo l’attitudine di Emergence; uno status, un modo col quale proprio fare “emergere” questo lato sin qui quasi inesplorato dei Godsticks.

Ben suonato e dalla buona presa, non particolarmente originale ma sicuramente interessante, merita un ascolto.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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