frontCon l’importante passaggio discografico sotto le prestigiose insegne Kscope ed il rientro nel roster del cantante Daniel Tompkins (esaurita l’ottima parentesi con i Skyharbor), tornano in scena i TesseracT con il loro terzo e grintoso album.

Polaris, questo il titolo, segna un’ulteriore aggiustamento di rotta, mediando tra l’impeto incredibile di One e la maggiore ricerca espressa in Altered State: tutto ciò si traduce in un lavoro prog metal oriented ma connotato da un ormai palpabile tasso di personalità.

Non vi è dubbio infatti che la band inglese abbia sin qui saputo progredire costantemente, magari senza picchi inarrivabili ma con una perseveranza che pure in ottica futura fa ben sperare.Ricomposto dunque il quintetto nella versione originale, la band sforna un lavoro di una compattezza granitica, incentrato su una durata a mio avviso calibrata (poco più di 45 minuti), in grado di regalare pure buoni inserti melodici ed emozionanti e, non ultimo, di offrire almeno un paio di brani di qualità davvero importante.

TesseracT con Polaris riescono a fare breccia sin dal primo ascolto e di li in poi è realmente una discesa; i suoni arrivano con facilità, i brani, ben costruiti e di grande impatto, hanno il potere di entrare subito in sintonia con l’ascoltatore. Non si deve pensare per questo di trovarsi di fronte ad un disco banale, catchy o quant’altro, assolutamente: il gruppo, molto “semplicemente”, è riuscito nell’impresa di coniugare tecnica ed immediatezza, ricerca ed emotività e tutto questo cattura sin dalle prime note.

Scendendo nei dettagli è anche vero che proprio il primo brano è forse appena un gradino sotto, corroborato da un minore appeal pur mantenendo uno standard di buon livello. Dystopia è il pezzo del “ritorno a casa” di Tompkins ed uno dei più vicini (come sapore) allo spirito delle precedenti uscite: grande grinta ed energia dunque, tiro assoluto da parte di ogni strumento (occhio al basso di Amos Williams) interrotto da due pause cariche di pathos.

Di qui prende le mosse Hexes che segna tra l’altro la collaborazione del cantante Martin Grech; molto buono l’impasto vocale tra i due singer, un’atmosfera basata su di un ostinato di accompagnamento prende gradualmente quota sino ad esplodere in una prima raffica, tipica della band, con la conosciuta disperata e drammatica alternanza di sonorità tra loro contrastanti.

E’ qui che a mio parere il CD spicca il volo. Survival infatti lancia in alto potentemente il sound, una up tempo ballad dall’andamento vertiginoso dove si susseguono sezioni soffuse e melodiche ed altre “aperte” e possenti.

Un gioiellino. Tourniquet cresce lenta e continua, tra echi drammatici e malinconici, capace all’ascolto di toccare le corde più emotive grazie ad un’esplosione incontenibile, guidata dalla voce ispirata e dalla batteria di Jay Postones.

La ricerca dell’emozionalità muta con la successiva Utopia dove, pur mantenendo lo schema compositivo più aderente, una lunga e profonda sezione ritmata si erge protagonista assoluta; pulsanti le note del basso e notevole il lavoro delle due chitarre, per un epilogo hip hop.

Breve ma di buona sostanza, Phoenix regala di nuovo alcuni intensi squarci malinconici all’interno di un quadro mosso e composito, con un Tompkins di nuovo in gran spolvero.

Il passaggio più sintetico, Messenger, è anche uno dei più aggressivi di Polaris; ritmo serrato sin dalle prime battute, qui forse è più percepibile una vicinanza con Altered State.

Introdotta da echi gilmouriani giunge Cages che evolve in un momento oscuro, denso, fatto di suoni cupi e battenti, inesorabili.

Un’altra perla infine è rappresentata dalla conclusiva Seven Names, mirabile punto d’incontro tra i due pilastri che reggono l’impalcatura sonora dei TesseracT. Grande tensione emotiva, senso di drammaticità, questi sono gli spaccati dove la band inglese spesso tira fuori quel qualcosa in più.

Ripartendo dall’uscita precedente il quintetto ha inteso rimodellare alcuni contorni del proprio suono e prendere forse ancor più le distanze dall’esordio; oramai quindi esiste un TesseracT sound e questo credo sia il merito più grande da ascrivere a Polaris, disco da non perdere.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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