frontComunque lo si valuti…Rattle That Lock credo sarà l’uscita principe del 2015, vuoi per come David Gilmour (inizialmente per bocca della moglie Polly Samson) un anno fa ruppe un silenzio lunghissimo annunciando prima The Endless River, vuoi perché l’ormai prossimo settantenne chitarrista dei Pink Floyd era fermo discograficamente da ben nove anni, vuoi infine perché quando un musicista di questo calibro decide di dare alle stampe un nuovo lavoro l’attesa e le aspettative crescono sino ad ingigantirsi.

Aggiungiamo poi che Gilmour in carriera non è stato troppo prolifico, questo è il suo quarto album solista e dunque la curiosità e l’impazienza sino ad oggi hanno raggiunto l’acme !

Personalmente sono un appassionato estimatore dei Pink Floyd ormai dalla notte dei tempi (tempo tiranno…), li ho sempre vissuti e percepiti come una band guida e di conseguenza ho seguito con estrema attenzione le uscite soliste di ogni componente, sia quelle più felici che quelle alla fine più deboli; mai però ho maturato un’idea basandomi solo e preventivamente sul nome stampato in copertina. Allo stesso modo mi appresto a fare con Rattle That Lock.

Co-prodotto in collaborazione con l’amico Phil Manzanera, il nuovo disco a mio avviso fornisce un quadro onesto e sincero del grandissimo musicista, dove vengono dipinti paesaggi sonori atipici e ben distanti tra loro, strumentali nei quali il suo tocco unico e magico alla chitarra riesce sempre a fare sognare, logici richiami floydiani del tempo che fu.

Sono trascorsi come detto ben nove anni da On An Island (da molti giudicato soporifero, a mio parere conteneva delle vere perle); l’artista è una persona come chiunque, vive esperienze, lutti, gioie, dolori. In una parola invecchia anagraficamente come ognuno di noi ed è proprio qui che trovo onesto e sincero questo lavoro, perché trasmette la sensazione di ciò che David Gilmour è oggi, artisticamente ed umanamente. Scrive e suona ciò che ritiene opportuno o che comunque sembra più aderente al suo tempo odierno, non deve dimostrare niente a nessuno e, se mai, può regalare ancora sprazzi della sua classe immensa.

Buona parte dei testi sono a firma della moglie, i dieci brani sono come singoli frammenti tesi a descrivere un insieme e, probabilmente anche per questo, alcuni rivelano all’ascolto una natura inattesa. Una band ormai collaudata, con qualche aggiunta ed una defezione enorme su tutte (Rick), un DG che suona praticamente ogni strumento ad eccezione della batteria.

Queste le coordinate con le quali prende il via 5 A.M, primo brano strumentale in programma (saranno tre). Sono subito le corde emotive ad essere sfiorate pesantemente dalla chitarra liquida, accompagnata dalla suggestiva orchestrazione diretta da Zbigniew Preisner; una partenza morbida davvero gilmourish, uno sguardo all’immenso passato che precede l’arrivo della title track, oramai nota e lanciata in anteprima.

Il drumming rotondo di Steve DiStanislao accoppiato al basso presente di Guy PrattPhil Manzanera dietro Hammond e tastiere ed un refrain molto catchy ne fanno un brano di impatto immediato, colorato dal The Liberty Choir (coro di detenuti inglesi) e da un possente lavoro di backing vocals. Non un pezzo travolgente ma, comunque, di sicura presa. La Fender di David si tinge qui di colori rock blues.

Faces of Stone è una delle due tracce in cui anche il testo è opera del chitarrista. Si avvia su note di piano scandite dallo stesso musicista seguite dall’acustica (Manzanera), per poi evolvere in una sorta di folk ballad, ricordo di un antico incontro tra lui e la madre al tempo gravemente malata. Un solo molto intenso conduce quindi all’epilogo; un brano personale, basato su contenuti importanti e lontani ricordi.

Una dedica al grande amico scomparso, uno dei momenti in cui l’emozione diviene più palpabile. A Boat Lies Waiting torna all’assenza ed al ricordo perpetuo di Rick Wright, a tutto ciò che i due hanno vissuto insieme per decenni, sul palco e nella vita quotidiana. Il piano, la chitarra…brividi silenziosi che crescono quando d’improvviso si sente la voce campionata di Wright (“It’s like going to the sea, there’s nothing”) e, successivamente, Gilmour prende a cantare supportato magistralmente dalle armonie di David Crosby Graham Nash.

Scritta e composta interamente dal chitarrista, Dancing Right in Front of Me ondeggia tra mood diversi. Molto cadenzata inizialmente, con il chitarrista che si ripropone anche al piano, vive poi di “occasionali” riff più scuri, andando a planare in territorio jazzy. Un inciso della chitarra anticipa un sorprendente solo al piano (molto swing) di Gilmour stesso. Personalmente non mi conquista, lo trovo un pò farraginoso.

Giro di boa ed al piano si presenta il figlio Gabriel. In Any Tongue vede nuovamente salire il tasso di ispirazione; credo si tratti dell’episodio maggiormente vicino ai Floyd post-Waters, come tipo di costruzione e di atmosfera proposta, sembra realmente di tornare indietro nel tempo. Il solo fulminante della sei corde questa volta spacca letteralmente in due il pezzo, riservando così una seconda sezione pirotecnica.

Un nuovo strumentale, Beauty, nel quale chitarra e piano disegnano suggestioni tipiche, peculiari del repertorio del musicista di Cambridge. Uno dei migliori passaggi del disco, con l’ingresso di basso e batteria le emozioni sgorgano con facilità proprio perché sollecitate dall’immediatezza; ascoltare Beauty è un pò come tornare a casa dopo una lunga assenza.

Non può mancare il colpo di scena, il pezzo che spiazza completamente all’ascolto: a questo provvede The Girl in the Yellow Dress, un episodio jazz avviato dal contrabbasso (Chris Lawrence), drumming morbido con le spazzole, tocchi suadenti di piano, cornetta (Robert Wyatt) e sax in sottofondo e Gilmour alla voce. Di per sé interessante, quasi uno standard, gradevole ma non cattura completamente rimanendo avulso dal resto.

Va peggio purtroppo con Today, composizione nel quale è forte la presenza di backing vocals. Il brano ha uno svolgimento particolare: vive di un ritmo piuttosto netto, pulsante, una misura sulla quale a dire il vero Gilmour non mi ha mai fatto impazzire. Trova poi uno sbocco in un lungo inciso della chitarra ma non prende mai il volo.

Una chiusa che idealmente si va a riallacciare all’introduzione. And Then…è il saluto di David, un commiato strumentale che al solito è lacerante per le emozioni. La sua chitarra parla da sola, non c’è bisogno di descriverla, basta sedersi, chiudere gli occhi e farsi portare lontano.

Tutto ciò detto e premesso… Rattle That Lock è complessivamente un buon disco, se si vuole coerente, forte di una bella produzione, arrangiamenti curati e sonorità (a tratti) magiche, grazie ad interpreti di ottima caratura. E’ con ogni probabilità il disco che doveva e poteva essere, non un capolavoro per alcuni passaggi a mio gusto meno pregnanti ed un songwriting non sempre proprio irresistibile.

Max

 

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