Steve Hackett (Firenze, ObiHall, 22 Settembre 2015)

Pubblicato: settembre 26, 2015 in Recensione Live Shows
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Quattro date italiane per Steve Hackett, all’interno del tour mondiale “Acolyte to Wolflight”, capitate al momento giusto e strategicamente ineccepibili: accanto, infatti, al gusto di immergersi (inevitabilmente) nelle consuete ed inesauribili atmosfere della Hackett-side dei Genesis, il concerto ripaga il desiderio di poter ascoltare dal vivo i brani dell’ultimo album (Wolflight), che ha certamente lasciato più di una sensazione positiva e, appunto, la  curiosità di testarne la resa dal vivo.

Per questi motivi anche la data di Firenze ha raccolto un discreto successo di pubblico, richiamato, è vero (come ha confessato lo stesso management di SH), più che altro, dalla seconda parte della set-list dedicata ai Genesis, e comunque felice – almeno questa è stata la mia impressione-  di poter ascoltare della ottima musica suonata da una line up ormai rodata e di sicuro livello. Da non trascurare infatti la qualità degli strumentisti (ormai una vera e propria band) che hanno accompagnato la performance di SH: ROGER KING alle tastiere, GARY O’TOOLE alla batteria e percussioni, con incursioni anche nel canto, ROB TOWNSEND al sassofono, fiati e percussioni, NAD SYLVAN (Agents of Mercy) alla voce, e, in particolare, uno degli alfieri della rinascita del prog anni ‘90, ROINE STOLT (Flower Kings e non solo) al basso e chitarra.

La riuscita della proposta di SH sta tutta, secondo me, nell’aver centrato la dimensione live di alcuni suoi brani (specialmente i nuovi), in particolare quelli che nelle incisioni apparivano molto meno contrastati e meno decisi nei toni. Il tutto a favore di una certa muscolarità di fondo che percorre l’intero concerto (basti pensare che SH ha imbracciato solo in una o due occasioni, mi pare, la chitarra acustica in tutta la serata), sapientemente bilanciata dall’uso spregiudicato, ma molto elegante e a tratti gustoso, dei fiati (vari tipi di sax, flauto ecc..) di Rob Townsend, spesso a supporto o in sostituzione delle più note linee melodiche dei pezzi proposti. Insomma un Hackett molto spigoloso, a tratti quasi didascalico, assai poco evocativo o sdolcinato, per così dire, ma anche, a tratti, una certa morbidezza della band, in un impasto che ha di sicuro migliorato la resa di molti brani, soprattutto del suo meno recente passato.

Così non sorprende la sequenza iniziale di forte impatto, dall’inizio classicheggiante della bellissima Spectral Mornings (anche se personalmente continuo a preferire la parte vocale), con un SH già caldo e disposto a sollecitare in un continuo crescendo l’entusiasmo del pubblico, passando per Out of the Body (il primo estratto da Wolflight) percorsa da un ritmo decisamente sostenuto e drammatico, assai più che nella registrazione in studio, fino ad arrivare alla title track, che dal vivo restituisce ancora di più la sua naturale intensità, attraverso i continui cambi di ritmo e la voce di SH che tutto sommato si integra bene con la difficile partitura strumentale.

L’atmosfera si alleggerisce con Every Day (brano di apertura di Spectral Mornings), molto apprezzata dal pubblico, e suonata con impeto e convincente solidità, su sonorità nelle quali Steve Hackett si mostra perfettamente a suo agio, anche grazie all’inedito raddoppio delle note più alte da parte del sax di Townsend. Ma è con la successiva Love Song to a Vampire (sempre da Wolflight) che si riesce ad apprezzare davvero la qualità del brano già intuita su disco. Non mi abbandona quel sapore crimnsoniano che mi ha accompagnato fin dal primo ascolto, ma la dimensione live aggiunge una dinamicità e potenza nuova ai passaggi ritmici, alle incursioni narrative e soliste della chitarra e, infine, alla poderosa linea di basso (come non dimenticare l’ultima firma di Chris Squire) che sostiene tutto il brano, nei suoi mille capovolgimenti e cambi strutturali. Davvero emozionante, e la stessa voce di SH, il punto debole della catena, sembra non sfigurare più di tanto nel contesto.

Anche il pezzo di minor impatto di Wolflight (The Wheel’s Turning) riesce a rendere maggiormente apprezzabili, e a tratti davvero interessanti, alcuni intermezzi e cambi di quadro, pur lasciando intatti i dubbi derivati dall’ascolto su CD. Un intermezzo storico per The Steppes (da Defector, 1980), uno dei brani più caratteristici ed evocativi della produzione hackettiana che dal vivo questa volta riesce ad esaltarne gli aspetti più drammatici e contrastati, a scapito delle linee melodiche, per poi tornare all’ultimo lavoro, questa volta per un omaggio alle melodie tipicamente seventies (stile CSN e perché no anche Genesis) contenute in Loving Sea, suonata con il solo accompagnamento ritmico della chitarra acustica e il significativo apporto del batterista Gary O’Toole alla voce, senza dimenticare (sempre in atmosfera sfacciatamente retro) il suono quasi canterburiano del flauto di Townsend.

Da Please Don’t Touch segue una superba Icarus Acending, decisamente in sintonia con il taglio poco melodico dei brani scelti, e lasciata alla voce molto ben impostata di Nad Sylvan e alle improvvisazioni jazzistiche e sottolineature dei fiati di Townsend, quasi a gara nel dialogare con la chitarra come al solito solida e ispirata di Hackett o con le tastiere di Roger King. Atmosfere decisamente più rilassate, almeno in apparenza, per Star of Sirius e Ace of Wands, dove emergono le doti vocali di Sylvan, tra la punteggiatura di flauti e tastiere, accanto a memorabili progressioni in sequenza di SH; notevole anche il lavoro di Stolt, soprattutto nei passaggi più sincopati, che assumono un sapore quasi jazz-rock grazie alle letture del sax di Townsend. Prima di chiudere questa sezione, SH e i suoi, quasi a mostrarci la potenza dell’impianto acustico in dotazione, ci regalano una travolgente Shadow of the Hierophant (parte strumentale finale), dove un impressionante muro sonoro si costruisce pezzo dopo pezzo, nell’ossessivo ripetersi dello stesso crescendo in toni sempre più decisi e coinvolgenti, all’interno di una sontuosa attività di supporto fornita dalla linea ritmica, con una davvero convincente prestazione di O’Toole che restituisce continue e poderose divagazioni perfettamente in sintonia con la carica ipnotica dell’intero incedere del brano. Una grande ed epica chiusura della prima parte del concerto!

Arriva il momento dei Genesis. La scelta dei brani da suonare, un po’ come era accaduto con Genesis Rivisited, svela il personale parere di Hackett su molte composizioni che oggi, riascoltate dal vivo, finiscono per colorarsi di tinte insospettabili. E’ il caso, ad esempio, di Get ‘Em Out By Friday, dove risalta prepotentemente la parte melodica di collegamento (caspita quanto è bella, è da tanto che non l’ascoltavo!), mentre meno sorprese concede Hairless Heart, fin dall’inizio riconducibile al timbro di SH e fatta risplendere di nuova luce con l’accompagnamento del sax di Townsend. Il repertorio dei Genesis prosegue con l’immancabile Can Utility and the Coastliners, la prima vera composizione, come è noto, attribuibile a SH all’interno del gruppo. Devo dire che, forse aspettandomi di più, ho trovato abbastanza di maniera e didascalica l’esecuzione da parte di SH, mentre ho potuto rivalutare le doti vocali di Sylvan in un brano certo non semplice da interpretare.

Ma è giunta l’ora di addentrarci senza paura nella zona sacra del tempio: SH imbraccia la chitarra acustica ed è subito After the Ordeal, con il fulminante assolo centrale lasciato questa volta alle sapienti mani di Roine Stolt; davvero pregevole la sua esecuzione, anche quando SH si riprende prepotentemente la scena (stavolta con la chitarra elettrica) e i due suonano doppiandosi ed avventurandosi in un dialogo molto intenso, nel quale sfoggiano tutta la loro confidenza con lo strumento (tutto il resto scompare alle loro spalle, anche le tastiere, e questo è incredibile pensando che stiamo parlando di musica dei Genesis!). Ecco la sequenza The Cinema Show/Aisle of Plenty, probabilmente inserita in scaletta solo perché non poteva essere altrimenti, ma poco centrata sulle corde di SH, impegnato comunque ad evidenziare con classe, la bellezza ed eleganza del suo apporto (notevole il sostegno dei fiati di Townsend) anche nei momenti in cui è decisamente secondario (la famosa parte strumentale centrale nella quale il povero SH, nei concerti con i Genesis, scompariva dal contesto e, anche fisicamente, dal palco).

Chiusura con una The Lamb Lies Down on Broadway di routine, e con The Musical Box, che restituisce tutto il ruolo ed il peso decisivo della chitarra (l’eredità di un certo Antony Phillips) nella struttura sempre affascinante di questo classico. La voce di Sylvan, evitando ingiusti confronti, regge bene e mostra stavolta un timbro abbastanza originale, nel senso che evita di mostrare quelle venature gabrielliane che in simili contesti, nella riproposizione di questi pezzi storici, possono anche sembrare un po’ fastidiose. I toni cupi e drammatici dell’esecuzione si impossessano presto del brano e della platea, anche grazie al volume altissimo con cui tutti suonano (con una batteria forse troppo in evidenza), mentre la bellezza dei passaggi e cambi melodici è sottolineata, oltre che dalle partiture di SH, dal flauto sempre preciso di Townsend.  Piuttosto, il crescendo finale, travolgente come al solito, mi fa ancora una volta capire per quale motivo era impossibile che PG non finisse per teatralizzare la sua interpretazione (come se la voce da sola non bastasse per restituire l’intensità di questo pezzo indimenticabile).

Alla fine i due bis. Una inaspettata Clocks (The Angel of Mons), con intermezzi quasi fusion ed impreziosita da un lungo assolo finale di batteria quasi estenuante e la immancabile Firth of Fifth, dove mi è sembrata riuscitissima la variazione del sax al posto del flauto, mentre l’assolo centrale di SH, vera pagina di musica classica moderna, per quante volte è stato suonato e per quante emozioni ancora riesce a suscitare, è comunque sembrato non più che ordinaria amministrazione per il nostro eroe.

Che dire. Sicuramente piacevoli le sensazioni provate nell’ascoltare i nuovi brani, e nell’avvertire anche nella dimensione live quel senso di “drammaticità” che li caratterizza su disco, fino a far brillare di nuova luce anche i brani più datati della produzione di SH, a volte veri e propri gioielli a lungo dimenticati.

Un discorso a parte invece per quanto riguarda la Genesis set-list.

SH rimane ad oggi l’unico vero anello di congiunzione con quella manciata di anni in cui un grande gruppo di ventenni riuscì ad entrare nella mente e nel cuore di molti. Oggi, al di là delle stucchevoli discussioni sulla probabilità di una reunion di musicisti ormai in età pensionabile, è possibile ascoltare dal vivo la musica dei Genesis di quegli anni in mille salse, tra epigoni, cover band, The Musical Box e la loro ricerca filologica (a proposito, a Firenze a fine ottobre) e altro. Ma il timbro dell’autenticità lo può sfoggiare solo lui, in assenza degli altri, anche se, ovviamente, non è possibile pretendere l’elasticità e la fluidità di un tempo nelle sue esposizioni. Il giudizio è dunque positivo, purché si faccia prevalere, come è giusto che sia di fronte alla riproposizione dei classici, l’aspetto emozionale rispetto a quello più puramente tecnico (che lascerà facilmente quasi sempre insoddisfatti nel paragone con l’originale) e in questo contesto ho davvero apprezzato (mi perdonino i puristi) la disponibilità ad introdurre elementi di novità e di “modernità” (l’uso dei fiati, ad esempio) in composizioni ormai considerate al pari di testi sacri ed immortali.

Silvano Imbriaci

 

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Foto by Fabio Morales

 

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