Yuka & Chronoship The 3rd Planetary Chronicles 2015

Pubblicato: settembre 27, 2015 in Recensioni Uscite 2015
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frontL’origine della Terra, alcune delle principali scoperte ed invenzioni dell’Uomo, una galleria di personaggi che con la loro opera hanno contribuito a scrivere la storia del genere umano…Queste, sommariamente, le linee tracciate a guidare The 3rd Planetary Chronicles, terzo album del quartetto giapponese Yuka & Chronoship, edito per Cherry Red Records.

Reduce da Dino Rocket Oxygen (2013), la band del sol levante è passata proprio di recente in Italia (Veruno) per presentare la nuova fatica, ancora una volta impregnata di evidenti richiami al progressive di fine ’70 – inizio anni ’80, confezionata però in una veste singolare e comunque abbastanza personale; pochissime ad esempio le tracce cantate. Al canto appunto, ma ancor più a piano e tastiere, provvede Yuka Funakoshi, mastermind del gruppo e polo intorno cui si coagulano Shun Taguchi (basso), Ikko Tanaka (batteria) e Takashi Miyazawa (chitarre); come nel caso di Vermilion SandsMizukagami e altre band connazionali, il neo prog di Yuka & Chronoship è colorato non solo dalle tinte di genere ma pure da riflessi particolari ed il fatto che sia un sound largamente strumentale amplifica questa sensazione di curiosità.

Il nuovo disco si compone di passaggi di media durata, costruiti in modo articolato ma dallo scorrere fluido ed altri brevi, non necessariamente da considerarsi semplici filler ma piuttosto come fasi di transizione, preparatorie al tema successivo.

Uno di questi è proprio l’introduttiva Birth of the Earth – Collision, una breve ma suggestiva apertura di Yuko basata su piano e keyboards. Un poderoso ingresso del synth e alcune note della chitarra carica di effetti inaugurano Stone Age, uno dei passaggi centrali, fiabesco ed alto nel suo incedere tra il drumming estremamente cadenzato ed i cori muti della stessa Funakoshi e del bassista. Uno scatto delle keys, il suono del flauto e si viene catapultati indietro di decenni, il ritmo diviene molto più composito e l”aria” corale fa da contrappunto pastorale a fasi strumentali di buona intensità e varietà. Non sono pochi qui i riferimenti al passato (anche qualcosa dei Curved Air) ma sprizzano un’energia autentica.

Un brano diviso in due movimenti; il primo e più sintetico Galileo I – And Yet It Moves (E Pur Si Muove), rimane centrato sul lavoro di piano e tastiere e funge da apripista al seguente, Galileo II – Copernican Theory. Questo è decisamente più movimentato, al piano si aggiungono ad uno ad uno gli altri elementi della band; si resta in ambito strumentale, tra pause di attesa e ripartenze in progressione dominate letteralmente dalle keyboards. Buon ritmo della batteria, atmosfere decisamente piacevoli.

Un nuovo break della leader del gruppo (Birth of the Earth – Merger) e può cominciare Age of Steam, altro brano nodale del CD. Introduzione affidata questa volte ad un arpeggio dell’acustica, resta uno dei pochi episodi contenenti una vera parte cantata; paesaggio ovattato, morbido, segmenti molto evocativi che scuotono le emozioni grazie a sonorità che definirei “accoglienti”. Un break dal lontano sapore VDGG lascia spazio ad un incisivo solo della chitarra, prima di un interludio guidato dall’organo; colpisce la capacità di variare il tema centrale in numerose direzioni, anche concitate, prima dell’epilogo.

Wright Flyer è introdotta da accordi solenni di chitarra che, personalmente, mi ricordano Franco Mussida. Si srotola pian piano un ritmo continuo, le keys al solito giocano il ruolo da protagonista nell’arrangiamento e nell’ambientazione. Il pezzo riesce a trasmettere una sensazione “aerea”, di lievità e gioia; le combinazioni di suoni proposte dalla tastierista sono molteplici, cangianti e a queste si aggiungono le variazioni proposte dalla chitarra. Melodia e ritmo si fondono sapientemente, con buon equilibrio.

Frequenze radio disturbate ed un clamoroso annuncio, in sottofondo e poi in primo fila il piano, questa la breve ma suggestiva On the Radio, resa ancor più pregnante da un coro muto; subito dopo un altro cortissimo ma intenso bozzetto, Birth of the Earth – Magma Ocean.

Energia (non poteva essere diversamente) innerva profondamente E = c♯m, una struttura a spirale potente e coinvolgente, dove va sottolineato il buon lavoro ritmico a sostegno di tastiere inarrestabili e la consueta “ampiezza” del pezzo. Un nuovo inciso della sei corde come spartiacque, i tempi si fanno sempre più complessi, Yuka letteralmente imperversa ma il brano stupisce per la fluidità.

I am Thee (Awakening of Cloneroid) poggia inizialmente su suoni in loop dai quali, lentamente, prende il via uno dei passaggi migliori dell’album. La band si esprime davvero su buoni livelli, interpretando certe atmosfere con grande personalità sino ad un primo squarcio in stile Yes. Gran ritmo, qualità di colpi a mutare ritmi e scenari, ne deriva tra l’altro la percezione di un quartetto molto affiatato.

Note e accordi di piano, una tessitura che lascia presto il posto all’esplosione corale della band; così parte Birth of the Earth – Embryonic Planet che si compone di piacevoli e variati interludi di Yuka Funakoshi, alternati a sezioni quasi orchestrali dove la band intera prende poi vertiginosamente quota. Un solo torrido della chitarra spezza per un attimo questa ambivalenza prima di un finale in assoluto crescendo.

Attivi discograficamente da quattro anni, Yuka & Chronoship hanno decisamente alzato l’asticella; avvicinando The 3rd Planetary Chronicles ero piuttosto curioso di verificare il punto di evoluzione della band giapponese e credo di potere dire che questo sia il loro lavoro più maturo.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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