frontAppianata la diatriba legale sul moniker, con il nuovo front man oramai inserito a pieno diritto e con successo in formazione, liberati dall’urgenza di dovere presentare in tempi strettissimi un nuovo disco e, freschi di un tour molto apprezzato, tornano in pista i Queensrÿche con Condition Hümansecondo capitolo della nuova era della band americana, quindicesimo nel computo totale.

Dico preliminarmente che la precedente uscita (Queensrÿche), partorita e vissuta in condizioni non propriamente ideali, è stata solo una piattaforma dalla quale ripartire; il nuovo lavoro testimonia infatti di una ritrovata verve, di un cantante (Todd La Torre) in grado di reggere lo scomodo confronto con il predecessore e di un songwrtiting dotato di un buon peso specifico. Tra i due Cd non c’è partita !

Trattandosi di uno dei gruppi che hanno scritto la storia del prog metal, altrettanto preliminarmente suggerisco però di astenersi dal fare paragoni con l’epopea lontana e irripetibile; mancano alcuni dei principali protagonisti, tanti anni in più sulle spalle per quelli rimasti a bordo, troppo dilatato il lasso di tempo che ci separa da allora.

Bene rimanere al presente dunque e va detto che, viste le premesse di due anni fa ed il precedente declinare dell’era-Tate, il quintetto ne esce piuttosto brillantemente, in qualche misura rafforzato.

Pubblicato per Century Media e prodotto da Chris “Zeuss” Harris (Soulfly, Rob Zombie), Condition Hüman vede tornare entusiasmo ed idee tra le fila della band; posto che il genere abbia ormai prodotto il meglio, emergono comunque riff compatti del duo Michael Wilton – Parker Lundgren, l’affidabilità della coppia ritmica (Eddie Jackson – Scott Rockenfield) e la grande presenza della voce di Todd La Torre.

I dodici brani proposti vedono nella quasi totalità la compartecipazione di tutti i membri come autori, nessuno escluso; un lavoro d’equipe che ha prodotto un soddisfacente risultato. Un solo filler presente in scaletta, per il resto un pugno di songs dove oltre alla potenza si mantiene il contatto con la melodia, andando qui si a ricercare forse la perfetta alchimia del passato.

E dunque si snocciolano in veloce sequenza:

Arrow Of Time, scelta come singolo e dunque un poco penalizzata da un ritornello troppo catchy, dotata comunque di buon tiro.

Guardian, aperta dal drumming secco e potente di Scott Rockenfield, tracciata dal timbro di La Torre (qui e non solo molto vicino a Tate) e da taglienti riff delle chitarre.

Hellfire, si sviluppa con una partenza in costante progressione, nuovamente le pelli sono sotto i riflettori. Ritmo possente e cadenzato prima di un segmento melodico marcato, interrotto dal grande lavoro delle due chitarre.

Altro giro, altra corsa. Toxic Remedy vive più di altre echi del passato, grazie ad un sound costantemente in bilico tra pesanti frazioni ed altre dove la ricerca dell’atmosfera è più ricercata.

La qualità del songwriting, il timbro ed il registro del singer; con Selfish Lives il salto all’indietro è ancora più vivido, torna quella sensazione di ampiezza del suono che ultimamente aveva fatto difetto al gruppo e sono da evidenziare alcuni interventi fulminanti di Michael Wilton.

Note profonde di basso introducono l’oscura Eye9, un brano sulfureo squarciato da improvvise aperture melodiche. Piacevole all’ascolto che vive su questo contrasto ma, a mio avviso, non decolla definitivamente.

Doveva arrivare una ballad, di quelle intense, vero marchio di fabbrica…ci pensa Bulletproof, pezzo che senza andare a scomodare difficili paragoni, regala uno dei momenti migliori dell’album. Profonde le sonorità, produzione che tende ad esaltare il mood ed un La Torre che (caso o precisa volontà…) si avvicina in modo impressionante a GT.

Sfruttando la scia giunge Hourglass, un tracciante potente dove viene esaltata la dicotomia tra le due anime del genere; gli strappi melodici infatti devono convivere con improvvise progressioni ritmiche in un riuscito connubio.

Si rimane…a metà del guado con Just Us, up tempo ballad dove ancora una volta il cantante mostra di trovarsi a meraviglia. Il brano gira gradevolmente anche se rimane avvitato su sé stesso, non spiccando il salto decisivo.

Sale la tensione con All There Was, le chitarre diventano pirotecniche ma l’imprinting del pezzo risulta prevedibile, pur se giocato su alti ritmi e riff come lame di rasoio.

Un breve intermezzo a riprendere in parte Hourglass (The Aftermath) precede la conclusiva title track. Avvio solenne con un “sentire” Queensrÿche totale, al 100%; la principale linea melodica però rimane troppo ancorata allo stile della band. Una seconda sezione sospesa, in cui l’atmosfera sopravanza i suoni, riscatta un inizio non molto originale, l’inciso conclusivo della chitarra è di ottimo spessore.

La pietra per ripartire era stata messa ma…si trattava proprio di ripartire. Condition Hüman, a patto di rispettare le avvertenze di cui sopra, rappresenta un buon passo verso una nuova fase nella carriera dei Queensrÿche. Il tempo dirà se ci sarà ancora spazio per elementi di novità oppure se il solco tracciato con questo disco rimarrà a fare da battistrada. Per il momento..bene così.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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