Nothing at All – Gentle Giant (Gentle Giant– 1970)

Pubblicato: ottobre 6, 2015 in Recensioni Vintage
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Quando il caro Max mi ha chiesto di scrivere qualcosa su un pezzo dei Gentle Giant a mia scelta, subito mi è venuta in mente una scintilla del loro primo album: la superba e presuntuosa NOTHING AT ALL, una piccola suite che al primo ascolto mi ricordo di aver recepito con un certo fastidio (non si può pretendere molto di diverso da orecchie abituate alle dolci armonie genesiane) ma che, complice l’occasione di un ascolto casuale, in un contesto diverso dal solito e sicuramente meno superficiale, ho finito per amare al pari dei grandi brani classici del prog anni 70 (tra i quali merita certamente un posto di primo piano).

Ma cosa di questo pezzo esattamente mi ha colpito, fino a collocarsi tra i miei preferiti di sempre? Non è semplice dirlo. NOTHING AT ALL è un condensato di quello che sarebbero stati i Gentle Giant, ossia quello che sarebbe diventato un fenomeno complessivamente estraneo rispetto alle univoche e rigide classificazioni del prog anni 70, e capace di dividere (come solo i grandi sanno fare) tra il disprezzo e l’amore assoluto, nella varietà a volte inimmaginabile dei colori e degli stili contenuti in ogni singola loro proposta.

Non è un brano che si lascia ascoltare facilmente, non è accattivante e non è certo per menti svogliate o poco disposte a farsi trascinare da una trama complessa, che parte da un folk acustico innocuo, per precipitare in un blues appena accennato, che inavvertitamente si trasforma in puro hard rock, salvo poi tornare al punto di partenza dopo essersi affacciati senza paura in dimensioni di pura sperimentazione (quasi a la Soft Machine), di commistione tra generi, di sinestesia molto anni 70, di rock, contaminazione e stati di allucinazione. E questo è davvero incredibile trattandosi del primo capitolo di una discografia poi fortunatissima (siamo nel 1970), un album diventato l’iconografia del progressive con quella bellissima copertina disegnata da George Underwood e pubblicato dalla mitica Vertigo.

Dopo alcune esperienze jazz e R&B, i fratelli scozzesi Phil, Ray e Derek Shulman (polistrumentisti originari di Portsmouth) si uniscono al tastierista Kerry Minnear, al chitarrista Gary Green e al batterista Martin Smith e decidono di esplorare il terreno della musica rock portandosi dietro le molteplici influenze e contaminazioni della loro esperienza musicale. Ne esce un album (GENTLE GIANT, 1970) ancora per molti versi acerbo e poco raffinato, ma entusiasmante, per l’energia profusa, quanto presuntuoso per la sfacciata abilità mostrata dai musicisti nel padroneggiare generi e incursioni musicali da brivido nei terreni più diversi. NOTHING AT ALL è l’esempio più illuminante di tutto ciò.

L’inizio è acustico, quasi folk, e il delicatissimo cantato di Derek Shulman subito lascia spazio alle sovrapposizioni vocali e corali che costituiranno poi il marchio di fabbrica dei GG e dei loro importanti epigoni (primi fra tutti gli stratosferici Echolyn). Dopo due minuti e mezzo di dolcezza (che a tratti sembra anticipare, guarda un po’, anche la prima produzione dei Genesis più acustici) improvvisamente l’atmosfera sembra virare verso atmosfere diverse, ma sempre all’interno di un canone riconoscibile, nel quale finisce per prendere il sopravvento la comune radice blues dei musicisti (intorno ai 4.00).

Un qualsiasi pezzo di musica rock progressive, di un qualsiasi gruppo degli anni ’70 sarebbe potuto finire qui, e non ci sarebbe stato niente di strano. Ma questi sono i Gentle Giant ed il bello inizia ora. Improvvisamente parte un assolo di batteria che raccoglie intorno a sé echi jazz, ma anche di pura improvvisazione psichedelica (un pezzo che non avrebbe sfigurato in un album dei Soft Machine); assolo che per un attimo sembra cedere ad un inaspettato e provocatorio pezzo di bravura pianistica classicheggiante (una vera e propria citazione: Listz, Lieberstraum N.3, per chi volesse andarsi a sentire l’originale), molto romantico ed evocativo ma per nulla tranquillizzante essendo continuamente e volutamente “disturbato” dalla batteria che prosegue il suo discorso in sottofondo.

Ma subito cessa anche l’armonia del piano, che inizia a seguire dissonanze jazz e improvvisazioni free, che si accavallano con l’assolo sempre più sincopato della batteria, verso territori lontanissimi rispetto al punto di partenza (tra musica colta contemporanea e jazz informale). Un colpo di gong e si ritorna all’inizio, con la melodia di apertura stavolta cantata a piene voci, in modo volutamente corposo, e con il gruppo al completo, che con classe e personalità chiude una volta per tutte il discorso.

Ecco qui. Quasi dieci minuti di viaggio sonoro in territori inesplorati, con un assaggio della prepotente capacità di fondere insieme voci e strumenti da antologia. Un pezzo che sembra restituire delle sensazioni non solo acustiche o visive, ma anche tattili, dalla morbidezza alla ruvidità, senza fatica, e nel quale il racconto del testo davvero non ha alcuna importanza, essendo sovrastato dalla potenza dell’impatto visivo e sonoro della proposta musicale (si tratta comunque di una descrizione delle azioni di una ragazza seduta in riva ad un fiume).

Un pezzo che consiglio di ascoltare con un po’ di attenzione, come meriterebbero molte delle composizioni che, per chi ama questo tipo di musica, contengono e svelano la risposta a tanti interrogativi sulla formidabile attrazione che ancora oggi possono esercitare un mondo e un’idea musicale di quasi cinquant’anni fa.

Silvano Imbriaci

 

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