Anderson Ponty Band Better Late Than Never 2015

Pubblicato: ottobre 17, 2015 in Recensioni Uscite 2015
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frontFinalmente l’incontro musicale da molto tempo preannunciato vive di una testimonianza tangibile, concreta; una maturazione piuttosto laboriosa ha prodotto Better Late Than Never (mai titolo fu più azzeccato !), primo lavoro della band scaturita dalla collaborazione tra Jon Anderson, indimenticabile voce degli Yes ed il funambolico violinista francese Jean Luc Ponty, una carriera nel jazz, fusion e con partecipazioni in alcuni memorabili lavori di Frank Zappa.

Il progetto in realtà vagava nell’aria da decenni ma poi, come spesso succede, non si è potuto realizzare per i diversi impegni dei due musicisti. In seguito, qualche anno fa, la malattia del cantante e la… “forzata” dipartita dagli Yeshanno reso possibile che si materializzasse questo particolare connubio.Better Late Than Never (mi riferisco ad Anderson) è stato anche un modo per ripartire, un ponte da gettare per guardare avanti verso nuove possibilità sonore, pur con un occhio al passato; a questo proposito la duttilità di Ponty ed il combinato di enorme esperienza dei due artisti hanno facilitato una sovrapposizione musicale sulla carta non così scontata.

La band che supporta i protagonisti affonda le radici nella fusion, in un ambito molto più vicino a quello del violinista. Jamie Glaser (chitarre), Wally Minko (tastiere), Baron Browne (basso) e Rayford Griffin (batteria) sono tutti elementi che hanno lavorato con Ponty ed altri grandi nomi dell’ambiente (Billy Cobham, Chick Corea, Stanley Clarke). Questo contribuisce indubbiamente ad indirizzare il sound piuttosto lontano dai canoni rigidamente progressive rock ma il risultato non viene per questo penalizzato ed anzi, mostra un Anderson che a dispetto dell’età (a giorni saranno 71..) e degli acciacchi è ancora in grado di padroneggiare il suo ruolo, a condizione di rinunciare ovviamente ai virtuosismi di tanti anni fa.

Il Cd, tra l’altro accompagnato da un DVD, è stato registrato live e successivamente sovrinciso in studio; propone una scaletta di 14 brani che comprende sette nuove composizioni, un paio di ri-arrangiamenti di brani di Jean Luc Ponty e una cinquina di pezzi storici degli Yes, anche questi totalmente rielaborati con risultati talvolta contrastanti. Un’ora piena di musica a tratti sorprendente, in alcuni frangenti nostalgica, in altri dove il focus non è pienamente centrato.

Analizzando le tracce per blocchi, comincio con l’accoppiata made in Ponty, dove forse la rilettura è più facile individuando il cantato di JA come variabile fondamentale. Infinite Mirage, rielaborazione di Mirage contenuta in Enigmatic Ocean, vede oltre al violino assoluto protagonista un maggiore apporto della ritmica, un ritmo più sincopato ed una parte cantata da Anderson molto calzante, poche strofe incisive con un buon senso del ritmo. Ponty si conferma ancora elemento di punta così come in Listening With Me, nuova versione di Stay With Me, mantenuta su tonalità morbide ed in grado di mettere in risalto un Anderson tonico. Due brani in origine strumentali che quindi vivono una nuova dimensione.

Il blocco dei brani Yes, più consistente, riserva invece sorprese di varia natura. Owner Of A Lonely Heart all’apparenza non si distacca troppo dal ritmo originario, le keys lavorano più o meno come da copione, Browne Griffin assicurano la giusta spinta propulsiva mentre è il violino di JLP a ritagliarsi brillanti interludi.

Discorso diverso per Time And A Word. Anderson nella sua carriera solista aveva già effettuato incursioni nel sound caraibico ma questa versione di un classico della band in salsa reggae, francamente, è piuttosto difficile da mandare giù nonostante il prodigarsi della band.

Si recupera con Wonderous Stories, una partitura riletta in gran parte dal piano con un approccio più jazzy, più mosso; qui il cantante mostra un pò la corda quanto ad intensità e profondità dell’interpretazione, bilanciando solo con un grande mestiere.

And You And I viene qui resa in una versione piuttosto breve, sfruttando essenzialmente il primo segmento dello splendido brano della band inglese. In luce essenzialmente il lavoro del piano, mentre Jon offre una prova forzatamente al di sotto dei suoi standard dell’epoca, abbassando quando necessario la tonalità.

Pirotecnica invece la lettura di Roundabout, il violino di Ponty torna a compiere interventi importanti, le keys imperversano e la ritmica cerca di tenere il passo della inimitabile coppia originaria; gran tiro, l’energia davvero non manca ed il suono scaturisce fluido.

Sul versante degli inediti (sulla carta il più stimolante) si segnalano: One In The Rhythm Of Hope, brano appartenente al repertorio più pop e meno intrigante di Jon Anderson, alla ricerca della quadratura di un ritmo spurio e contaminato che non convince appieno.

L’ottima ballad dal titolo A For Aria nella quale per poco più di tre minuti torna a zampillare tutta la classe ed il carisma del singer, con un pezzo tagliato su misura sulle sue attuali possibilità, impreziosito da un buon arrangiamento comprendente anche dei fiati.

Soul Eternal, ritmo incalzante, etnico, che riporta di nuovo al Centro America; prende una direzione e la percorre per intero con davvero poche variazioni, le principali apportate sono ad opera del violinista francese.

Renaissance Of The Sun riconduce musicalmente ad atmosfere più vicine al sound di Ponty grazie ad un lungo prologo strumentale. Intorno alla metà l’ingresso della voce, calibrata e ben inserita nel contesto sonoro. Una nota di merito al piano di Wally Minko, nella seconda parte vero fulcro della struttura.

Composto con il figlio Damon, I See You Messenger è uno di quei pezzi quasi anthem per i quali Anderson ha mostrato spesso una predilezione, dall’andamento largo e quasi sing-along. Melodico, non cattura più di tanto.

New New World chiude dignitosamente, senza particolari squilli di tromba; anche questo segnato da un andamento crescente ma da una linea melodica piuttosto fragile.

Dopo un lungo e tormentato periodo di silenzio Jon Anderson è tornato, unendo le forze a quelle di un altro terribile “vecchietto” (73 anni per Jean Luc Ponty). Better Late Than Never è un album strano, che cerca di unire due mondi e due esperienze musicali diverse reinventando il passato e provando a proporre qualcosa del presente. Il risultato nel complesso è accettabile anche se, a mio parere, non stiamo parlando di un’opera imperdibile; se devo fare un rilievo ho trovato una certa sproporzione tra i due pesi, avrei preferito limitare un poco la zona d’influenza di Jon per ampliare quella del violinista.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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