Caligula’s Horse Bloom 2015

Pubblicato: ottobre 21, 2015 in Saranno famosi
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frontL’energia, la freschezza e la malinconia impersonata dai Leprous, al contempo la versione di stampo djent metal offerta dai TesseracT ed una spruzzata di Karnivool ; questi a grandi linee i suoni e l’approccio di riferimento per inquadrare gli australiani Caligula’s Horse, giunti al terzo appuntamento discografico con il frizzante Bloom, edito dalla infaticabile InsideOut.

Già autori di due uscite collocabili in ambito prog metal che facevano spesso della potenza il tratto dominante, per questo nuovo lavoro hanno corretto il tiro: ogni pista ha le proprie caratteristiche e dunque bisogna variare i rapporti a secondo del tracciato.

Questa in pratica la principale sensazione che scaturisce dall’ascolto di Bloom, dove il possente sound del quintetto di Brisbane è stato meglio tarato ed equilibrato,
C’è stato un lavoro certosino nel porre maggiore enfasi ed attenzione ai landscapes sonori e alle atmosfere, per ricercare un suono più aperto e meno rigidamente indirizzato e, devo dire, con esiti assolutamente soddisfacenti.

La band guidata da Jim Grey (voce solista pure degli Arcane) e Sam Vallen (chitarra) ha impresso dunque una parziale sterzata alla propria produzione rendendola probabilmente più organica e malleabile; interessante poi la compattezza del sound proposta da Dave Couper (basso), Geoff Irish (batteria) e Zac Greensill (chitarra, voce).

Un avvio brillante, uno svolgimento interessante sino al finale… questo per sintetizzare a grandi linee l’andamento del disco, aperto proprio dalla title track, una ballad acustica (voce e chitarra) che man mano acquisisce spessore sino ad un caldissimo break dell’elettrica, supportato da un ritmo rotondo. Ed, improvvisamente, ecco la prima esplosione tra ascese e precipizi, ritmi sostenuti e la melodia, comunque, sempre in controllo.

Marigold ne è in qualche modo un’estensione. Sale il regime di rotazione, sale la tensione e, di nuovo, il brano si spezza con una fase di attesa; comincia così il continuo gioco di specchi, l’alternanza di fasi (taglienti e melodiche) che il gruppo mostra di sapere padroneggiare con naturalezza. Solo fulminante di Sam Vallen prima della chiusura.

Un passaggio più morbido e diretto (Firelight) in cui, sottolineata la presenza del basso, è il ritmo a dettare le coordinate; consuete aperture vocali, costante il lavoro delle due chitarre e una melodia accessibile ne fanno un altro buon brano, sopratutto in chiave live.

Dragonfly, episodio più robusto in programma (oltre 9 minuti), racchiude a mio avviso meglio di altri le potenzialità della band, dando modo di…esporre l’intero catalogo con un pezzo né compresso, né al contrario dilatato eccessivamente. Emerge invece l’armonia tra le parti, tra i mood scelti per costruire la struttura e questo probabilmente è l’aspetto più godibile. Non mancano tra l’altro solos di chitarra a deliziare pure i fans di vecchia scuola.

Vere randellate guidano l’incedere di Rust, il momento più spigoloso dell’album, tanta energia sottolineata da drumming in blast beat e riff durissimi, forse il momento più vicino allo spirito dei due dischi precedenti.

Ritmo molto sincopato per Turntail che esprime meno aggressività, colorata totalmente dalla usuale dicotomia di stati d’animo, sopratutto nella seconda parte più “larga”.

Daughter Of The Mountain è una song molto vibrante, giocata su coralità vocali, sezioni sospese, improvvise accelerazioni; voglio evidenziare il ruolo della batteria di Geoff Irish, qui davvero determinante insieme alle due chitarre.

Un breve brano acustico completa a sorpresa il disco, Undergrowth.

Il resoconto termina qui e dunque posso affermare che Bloom è probabilmente il lavoro meglio centrato sin qui inciso dai Caligula’s Horse. Non posso tacere però anche un risvolto di segno opposto che emerge a mio avviso con altrettanta nitidezza, e cioè una eccessiva vicinanza di “intenti” a Polaris dei TesseracT, proprio da poco pubblicato.

Max

 

 

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