carIl 1971 è stato uno degli anni d’oro del primo progressive. Siamo ancora lontani dalla rivoluzione tecnologica degli anni successivi, che per molti versi cambierà il modo di proporre quella musica; tuttavia, forse proprio per questo, quello che si ascolta, a distanza anche di anni, conserva un fascino “artigianale” unico. E’ l’anno in cui, citando a caso, vengono pubblicati album storici come Pictures at an exhibition (ELP), Nursery Crime (Genesis), Aqualung, (Jethro Tull), Fool’s mate (Peter Hammill), Pawn hearts (VDGG), Acquiring the taste (Gentle Giant) e Fragile (Yes). E insieme a questi, anche lavori meno noti ma non per questo meno preziosi: Asylum (Cressida), Spring (Spring), A Ballad of a Peaceful Man (Gravy Train) e tantissimi altri.

Ma il 1971 è anche l’anno in cui i CARAVAN, una band proveniente dal Kent, nella sua composizione originale (e probabilmente ineguagliata) raggiunge il culmine della sua espressività con il suo terzo lavoro, il più maturo, quello che contribuirà in modo decisivo a disegnare nell’immaginario presente e futuro una precisa cifra stilistica all’interno della c.d “scena di Canterbury”: un luogo più che una Scuola, dove alla fine degli anni ’60 alcune menti brillanti riescono a trasformare le molteplici influenze jazz, R&B, e del nascente rock alternativo in una miscela nuova ed affascinante. Da una parte il gusto della sperimentazione, la ricerca del limite (vedi alla voce Soft Machine). Dall’altra un approccio più “morbido” e coinvolgente nella ricerca di linee melodiche, apparentemente semplici, ma in realtà strutturate ed elaborate, con chiare influenze jazz, e risultati del tutto inseriti nel contesto del nascente rock progressivo, sia pure con la loro peculiarità: ecco i Caravan.

In The Land è un album fortemente evocativo, di un’eleganza assoluta, con i piedi sprofondati negli anni ’70 (a cominciare dalla copertina, una delle più affascinanti e ricordate della storia del rock) e la testa anche oltre, proiettata verso un futuro aperto alle contaminazioni, non solo quelle alte (jazz e classica) ma anche quelle pop che, bene o male, finiranno per prendere il sopravvento negli anni seguenti. Due parole sui membri del gruppo. Il cantante e bassista Richard Sinclair, con la sua voce vellutata e veramente english, così diversa dalle voci del rock progressive che stavano iniziando ad imporsi, capace di dare forma e contorno a dolcissime melodie senza farle diventare stucchevoli, e anzi velandole di una malinconia unica ed irripetibile (autunno, pioggia, campagna inglese).

Il tastierista David Sinclair (suo cugino) vero leader occulto del gruppo, artefice dei suoni e delle originali atmosfere che caratterizzano l’album e capace di monopolizzare, tra le altre cose, un’intera seconda facciata, prendendoci per mano all’inizio e lasciandoci solo dopo un lunghissimo sentiero fatto di squarci, panorami, luci, ombre, gioia e nostalgia, ma sempre dentro le linee melodiche dei suoni sprigionati dal suo Hammond.

Il chitarrista Pye Hastings, che sconta il ruolo di secondo piano del suo strumento all’interno del suono Caravan, destinato a soccombere di fronte alle straripanti scorribande delle tastiere di RS, ma che costituirà il nucleo forte del gruppo fino ad oggi. Il batterista Richard Coughlan, scomparso nel 2013, il vero pilastro dell’intera architettura sonora dei Caravan, capace di armonizzare e dare sapore quasi jazzistico alle composizioni, senza arretrare di un millimetro in precisione ed eleganza. Il tutto condito dagli occasionali ma significativi interventi dei fiati di Jimmy Hastings.

L’inizio (Golf Girl), a proposito, è veramente spiazzante, soprattutto per chi crede di trovarsi di fronte ad un’opera rock. Una sorta di trombone che sembra preannunciare l’arrivo di una banda di paese, e, in generale, un’atmosfera rilassata, quasi ironica e dissacrante, per capirci lontana anni luce dalle tinte drammatiche con cui i Genesis solo poco tempo prima, avevano aperto Trespass con l’urlo disperato di PG in Looking for Someone. Qui siamo in un’altra dimensione. Ma non per questo meno affascinante. Il ritmo lineare e quasi smaccatamente pop alla fine si risolve in uno stupendo dialogo appena accennato ma assai intenso tra mellotron e flauto alto (una specie di ottavino?), che tinge di colori inaspettati un pezzo solo apparentemente semplice, e alle cui movenze tipicamente british si adattano alla perfezione le immagini del testo (campo da golf, erba verde, incontro con una ragazza vestita in PVC che serve il tè).

Cambio netto di atmosfera e la voce di RS ci trasporta in una dimensione meno straniante e sufficientemente malinconica, con un tappeto ritmico del basso che sottolinea l’intera andatura sincopata del pezzo (Winter Wine). Nel mezzo compare una sezione di nuovo rilassata, in cui la voce di RS ha modo di dispiegarsi in tutta la sua capacità evocativa, fino a lasciare spazio al lungo assolo fuzz di DS (quasi a preannunciare la seconda parte dell’album), sempre magistralmente accompagnato da una morbidissima sezione ritmica. Il brano si avvicina al suo epilogo con sprazzi di gran classe, senza mai un eccesso, e lascia dietro di sé una scia di malinconia struggente, sempre in bilico tra solarità e crepuscolo (“La vita è troppo breve per essere tristi, desiderando cose che non avrai mai, ti conviene non pensare al futuro, i sogni terminano sempre troppo presto”).

Non facciamo in tempo ad assaporare questo momento che siamo nuovamente spiazzati dalla voce più aspra di Pye Hastings che si staglia su una marcetta quasi irritante per quanto risulta orecchiabile. E’ forse il punto meno indimenticabile dell’album, ma completamente immerso in quella pop side del gruppo che, come abbiamo detto, finirà per caratterizzarne buona parte della successiva produzione. Questo anche se, pure in questo brano, non possono essere taciuti gli splendidi ricami affidati al flauto di Jimmy Hastings, che concludono il breve intermezzo.

La title track si impone poi in tutta la sua potenza espressiva. Quando ormai l’ascolto, fin dall’inizio, sembra essersi abituato alla voce di RS che si arrampica su un ritmo deciso e incalzante, nel quale interviene con un certo piglio anche la chitarra, ecco che dal nulla spunta una delicatissima melodia di pianoforte che cede il passo ad un nuovo assolo di fuzz organ, il tutto imbrigliato da una potente sezione ritmica, fonte di un’irresistibile tensione con la linea melodica realizzata dalle tastiere. A spezzare la tensione ci pensa di nuovo il caldo timbro della voce guida, che ci accompagna fino alla del brano, che si può senza alcun dubbio inserire tra le più preziose testimonianze della Canterbury era.

Un tempo, a questo punto, occorreva girare l’album e iniziava la B side (o seconda facciata), che qui è interamente occupata da una lunga suite (Nine Feet Underground), di quasi 23 minuti, nella quale ha modo di dispiegarsi in tutta la sua lucida visione, il talento di DS. Lo schema non cambia: una decisa e puntuale sezione ritmica, non banale (anche grazie agli intermezzi di RC e alle divagazioni del basso), sulla quale si adagiano una dietro l’altra delle formidabili sequenze melodiche, veri e propri assoli, dal sapore ora jazzistico, ora blues, ora smaccatamente folk, con varie e diverse tonalità dettate dal tipo di tastiera utilizzata, e con significativi spazi lasciati al sax di JH. E’ un lungo viaggio, in sentieri che si snodano all’interno di un paesaggio immaginario (è come se ci trovassimo immersi nella copertina dell’album), nella costruzione di un percorso dal quale è impossibile staccarsi o tornare indietro. DS è instancabile nel proporci continue variazioni di tono e di sonorità, così come è marcato l’intervento della sezione ritmica a sostegno dell’intera architettura sonora.

Dopo alcuni minuti di divagazioni, sempre più ardite, un deciso passaggio di basso in evidenza ci introduce alla prima sezione cantata, nella quale il timbro dolcissimo della voce di RS non riesce a diventare ruvido anche a fronte delle sollecitazioni portate dalle tastiere in rapida sequenza. Dopo un rapido reset di batteria, l’organo riprende la sua corsa fino ad un punto in cui tutto si ferma e rimane sospeso in un atmosfera di attesa, spezzata da toni drammatici e spazzata da un vento gelido, alla quale subentra di nuovo, con rinnovata energia, il discorso parallelo tra ritmo e incursioni di tastiere dal sapore sempre più jazzistico, in rapida ascesa verso un nuovo climax che apre la porta al passaggio finale, di straordinaria intensità e varietà, nel quale interviene di nuovo il cantato, con accenti marcatamente più melodici e nostalgici rispetto alla prima apparizione.

Dopo questa estenuante altalena di sequenze, sembra che tutto debba procedere verso lidi più rilassati, ai quali sembra accompagnarci la dolcissima voce di RS, ma così, oserei dire per fortuna, non è….inaspettatamente il registro cambia di nuovo e si impone un crescendo notevole,  che fa in tempo ad ospitare l’ennesima divagazione dell’organo, al quale però stavolta risponde il deciso contrappunto della chitarra in funzione ritmica, cui si aggiungono basso e batteria sempre più trascinanti, fino a giungere all’inevitabile esplosione finale. Non si può sinceramente rimanere insensibili di fronte a questa esperienza sonora e a questa varietà di timbri e suggerimenti. Chi ama il progressive, nel suo significato letterale, non può non cimentarsi anche in questi ascolti, così gratificanti, dove le tinte più malinconiche e dimesse si trovano in perfetto equilibrio con le sperimentazioni più innovative, dal sapore quasi jazzistico, e con una dose di ironia e leggerezza tipicamente inglesi.

Da segnalare che la versione rilasciata su CD dalla Decca nel 2001, contiene brani aggiuntivi, tra i quali sottolineare (gli altri sono delle specie di demo) You Don’t Know Its Name Alias The Word, brano davvero intenso soprattutto nell’interpretazione vocale di uno strabiliante e sempre sottovalutato Richard Sinclair. La produzione successiva dei Caravan sarà naturalmente su buoni livelli, ma, a mio avviso, senza raggiungere quella capacità espressiva che questo album si porta con sé dall’inizio alla fine, nelle mille sfumature di colore e di tono che solo l’incrocio tra il grigio e il rosa possono offrire.

Silvano Imbriaci

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