frontCon una prolificità inarrestabile e magari eccessiva (con questo sono nove album in dodici anni !), ecco la nuova uscita dei Gazpacho; pubblicato per Kscope esce in questi giorni Molok, ultima fatica della band norvegese guidata dal front man Jan Henrik Ohme.

Ho avuto modo di scriverne in passato e questo nuovo lavoro conferma in buona parte quanto ho già espresso su di un gruppo che, a mio avviso, poco si presta alle mezze misure: il loro sound infatti è per molti versi poco incline al compromesso, pertanto o si amano oppure…si digeriscono a fatica.

Aggiungo preliminarmente però che rispetto alla disperata introspezione e alla cupezza straniante di DemonMolok offre qualche passaggio relativamente più vitale.In poche parole la vicenda su cui è incentrato l’album nasce da una riflessione che un uomo, intorno al 1920, compie sulla divinità; nota infatti che ovunque venga adorato un dio, comunque si chiami, quelle civiltà venerano al tempo stesso simboli di pietra (cattedrali, Stonehenge, La Mecca, ecc.). La cosa strabiliante è che dopo la costruzione di questi emblemi, Dio pare non rivelarsi più..

Ancora una volta dunque la lettura del tema principale che muove i Gazpacho è legata in qualche modo al mistero, al silenzio e se vogliamo all’oscurità. Tutti elementi che fanno da filo conduttore, più o meno costantemente, nella fitta discografia del gruppo di Oslo.

L’ambientazione dunque permane quella conosciuta: tetra, talvolta quasi impenetrabile da divenire algida e, come dicevo più sopra, la presenza di qualche brano in cui il ritmo è più percepibile e l’atmosfera meno opprimente funge da provvidenziale boccata di ossigeno.

Accostarsi a Molok richiede tempo e attenzione, come puntualmente accade per ogni uscita dei Gazpacho anche questo non è un album che si può “consumare” in un paio di ascolti distratti perché risultare “diretti” non è una peculiarità della band.

I tamburi marziali che annunciano Park Bench vengono poi ammutoliti dalla voce di Ohme (inutile tornare a sottolineare le varie somiglianze…). Il piano (Thomas Andersen), poi il violino (Mikael Krømer) e la batteria (Lars Erik Asp); uno ad uno entrano in azione i vari strumenti a delineare un lento passaggio che tende però a crescere nella seconda parte.

Un coro suggestivo, note riverberate della chitarra (Jon-Arne Vilbo) ed il timbro favolistico-dolente del cantante raccontano di un brano dalla forza evocativa e dai toni morbidi, quasi ipnotici, ravvivato di tanto in tanto da rapide accelerazioni della batteria (The Master`s Voice).

Breve e non troppo consistente, Bela Kiss cerca una sua identità essenzialmente nei riferimenti alla musica dei Balcani ma, a mio parere, eccettuato il richiamo etnico…lascia davvero poche tracce di sé.

Cambiano le cose (in meglio) con la successiva Know Your Time. Finalmente la struttura musicale prende gradualmente vita, muovendosi da tonalità pulsanti ed oscure sino ad una prima apertura melodica che prelude ad un incremento del ritmo; l’epilogo è segnato da un buon intervento della chitarra.

Sullo stesso buon livello si attesta la seguente Choir Of Ancestors. Sullo sfondo di tamburi drammatici, piano e voce dettano la melodia, arricchita da un coro e da un arrangiamento finalmente più massivo e coinvolgente.

Un passaggio gradevole ma che non offre particolari spunti di rilievo (ABC) ed il sound torna a farsi tribale, ritraendosi poi su di una riva quasi mistica, con un epilogo ascensionale di buona fattura (Algorithm).

Sonorità che tornano a farsi più cupe in un paesaggio minimale, le strofe cantate da Jan Henrik Ohme vivono il tipico tono dolente e drammatico del singer nordico (Alarm)

La chiusura del cerchio è affidata a Molok Rising, poco meno di dieci minuti che offrono probabilmente il meglio dell’album; le coordinate rimangono assolutamente quelle consuete ma su una distanza di questo tipo il gruppo, evidentemente, riesce ad esprimersi meglio e con un pizzico di pathos in più.

Rispetto a Demon dunque Molok recupera una dimensione di brani medio-brevi, non sono presenti pezzi infiniti come Death Room e di questo, credo, il lavoro se ne possa avvantaggiare. A margine di questo…restano le solite considerazioni che mi sono trovato a fare sui Gazpacho, una band che a mio parere forse ha già regalato il meglio e che, con risultati che lascio al gusto di ognuno, continua a sfornare album monocordi con una frequenza troppo ravvicinata.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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