frontMarcati richiami al progressive anni ’70 con Gentle GiantKing Crimson su tutti, accennate divagazioni canterburyane, incursioni fusion e talvolta folk, una suadente voce femminile come guida e l’intricata commistione con sonorità appartenenti al prog scandinavo degli ultimi due decenni…non sono pochi dunque gli elementi che vanno a connotare l’eclettico sound dei Thieves’ Kitchen, autori del sesto e nuovo lavoro dal titolo The Clockwork Universe.

Anche in questo caso la gradazione di malinconia e solitudine nel suono viene affidata a quello che nel tempo sta diventando una sorta di gemellaggio: due elementi degli Änglagård, oltre un altro ex, collaborano infatti alla realizzazione di questo disco e si tratta ormai del terzo episodio consecutivo.

Ed infatti, a questo proposito, va sottolineata la presenza di Anna Holmgren (flauto), Johan Brand (basso) e dell’ex tastierista Thomas Johnson perché, oltre ad imbracciare i rispettivi strumenti, in alcuni frangenti colorano con sfumature indelebili la variopinta tela musicale della band inglese.

La voce calda e angelica di Amy Darby, unita alle chitarre di Phil Mercy e alla batteria di Paul Mallyon (ex Sanguine Hum) , provvede a completare un organico quanto mai omogeneo e teso ad attraversare continuamente più filoni ed epoche in ambito progressive. Ne deriva un ascolto di soddisfazione ma al contempo attento ed impegnato poiché sono davvero molteplici i rivoli sonori nei quali perdersi; sono tutti momenti legati da una logica, da un filo conduttore ma, come dicevo, anche The Clockwork Universe (come le precedenti uscite del resto) non è un CD che fa dell’immediatezza il suo piatto forte.

Ecco quindi un esempio di come sia possibile, pur partendo da antichi modelli, produrre ancora musica progressive che non sia SOLO derivativa e/o prevedibile; non ci sono aperture sinfoniche a la Genesis, furiose cavalcate in stile Yes né brani magniloquenti sulle orme di E.L.P. I rimandi sono invece quelli citati ma trattati con un taglio moderno e variati più volte.

Ricercatezza dei suoni e delle atmosfere dunque per un raffinato lavoro composto da soli sei brani, tra i quali una suite; ottima e calibrata a mio avviso la durata complessiva, di poco superiore ai 50 minuti, il mixing è a cura di Rob Aubrey.

Così, sin dalle prime battute di Library Song, questo manifesto di intenti viene svelato chiaramente, tra tensioni fusion preparate dalla sezione ritmica, il timbro della Darby a colorare con ascese e picchiate una melodia molto particolare e strappi della chitarra. Le keyboards lavorano costantemente in seconda fila fornendo un supporto dinamico e costante.

Ritmo sincopato con il basso in evidenza per Railway Time, punteggiata da un paio di stacchi notevoli e dal primo intervento del flauto di Anna Holmgren. Il brano gira piacevolmente anche se forse risulta un poco ripetitivo nella struttura, almeno sino ad un decisivo break strumentale guidato da chitarra e tastiere nella seconda parte più movimentata.

Un delicato e romantico passaggio strumentale condotto dal piano e poi con la chitarra aggiunta, Astrolabe, precede uno dei momenti topici dell’album, Prodigy. Si torna verso…prodigiosi cambi di tempo, inarrestabili progressioni crimsoniane, tensione musicale molto alta stemperata nuovamente dal flauto che regala un prezioso interludio su di una ritmica compatta a sostegno. Si inserisce pure la chitarra prima dell’ingresso vocale di Amy Darby a dettare una linea melodica che emerge lenta e sicura dal magma sonoro sino alla conclusione.

Suoni provenienti dal passato, tra Gentle Giantfusion Canterbury; un mélange incontenibile avvia in modo entusiasmante la lunga suite The Scientist’s Wife con un prezioso e complesso segmento strumentale. Un break della chitarra acustica introduce una melodia interpretata con passione dalla singer, è poi il turno del flauto e delle keys implementare i suoni, costruendo lentamente un’alchimia musicale magnifica. La seconda parte del brano riparte con una nuova digressione strumentale, questa volta segnata da dure pennellate cremisi e credo di poter dire che questo pezzo sia uno tra quelli che più mi sono piaciuti in questo 2015.

Orrery, un morbido quadretto, elegiaco e malinconico, guidato da piano, flauto e tastiere chiude al meglio The Clockwork Universe; già autori di lavori interessanti, sento di potere dire che in questa occasione i Thieves’ Kitchen si sono superati producendo il loro album migliore, intenso e vario. Da non perdere !

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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