frontAl termine del 2013 ricordo di essere andato controcorrente indicando Paraiso come una delle uscite che più mi avevano deluso, valutandolo come un passo indietro rispetto al più convincente Touchstones (2011); sono lieto di poter dire invece che The Beacons Of Somewhere Sometime provvede in buona parte a farmi ricredere.

Il nuovo lavoro dei Subsignal, quarto della carriera, rimane volutamente in bilico tra corpose sezioni new prog e brillanti accelerazioni prog metal (oggi meno numerose) e fa di questa sospensione il proprio riuscito cavallo di battaglia, tornando a lavorare su discrete trame melodiche e non solo largamente prevedibili come nel penultimo disco.La band tedesca ha pesantemente rivoluzionato il proprio roster con l’inserimento di Dirk Brand (batteria) e Luca Di Gennaro (tastiere, Soul Secret); forze fresche, idee nuove che vanno ad implementare quelle del nucleo storico formato dai due ex Sieges Even Arno Menses (voce) e Markus Steffen (chitarre), oltre al fido Ralf Schwager (basso).

Tutto dunque contribuisce per la propria parte ad una parziale rielaborazione del sound che non può prescindere dall’individuazione di tematiche melodiche appropriate a supportare strutture musicali abbastanza elaborate; la rinuncia quindi al refrain catchy, al “giro” prevedibile ed immediato che alla lunga affossava Paraiso, ha prodotto a mio avviso un buon risultato.

The Beacons Of Somewhere Sometime, edito ancora per ZYX/Golden Core Records, lascia così un’impronta più organica, più nitida, mantenendo una buona qualità (più o meno) lungo tutto il suo sviluppo pari ad un’ora abbondante.

La spina dorsale di questo album ricalca solo in parte lo schema abituale perché, dopo la consueta intro ed una serie di sei brani di media durata, come chiusa arriva una suite di 23 minuti frazionata in quattro parti, altra novità dunque in casa tedesca.

1) The Calm (Instrumental). Piano e flauto (Jana Urbanová) per una breve intro strumentale.

2) Tempest. Incedere teso e drammatico con repentine progressioni metal per una buona up tempo ballad; fine lavoro della chitarra prima del break centrale che precede una chiusura potente ed armonica.

3) A Time Out Of Joint. Riff taglienti come lame, un’atmosfera che diventa prima inquieta e poi malinconica ad opera del piano e della voce. Comincia un gioco tra dare e togliere, accelerare e rallentare, in cui si staglia un breve solo della sei corde ad opera di Kalle Wallner dei RPWL. Segue la ripresa del tema iniziale, duro e minaccioso, con un ulteriore elaborazione da parte delle keyboards.

4) And The Rain Will Wash It All Away. Un lento crescendo origina un riff oscuro accompagnato da un ritmo sincopato; melodia efficace, diretta ma non per questo banale, a creare un bel contrasto con la struttura decisamente meno morbida. Bello l’inserimento dei fiati che rompe il ritmo, modificando lo scenario prima della reprise del ritornello.

5) Ashes Of Summer. Prosegue nel solco tracciato tra sostenute impennate ritmiche e corali lampi melodici, qui un poco ridondanti. Il basso spezza in due il brano, alcune svisate della chitarra e quindi un breve solo ad anticipare il ritorno del tema guida.

6)  A Myth Written On Water. Una ballad carica di atmosfera condotta con maestria da chitarra acustica, keys e voce che dipingono un quadro a tinte molto nostalgiche. Quasi palpabile il pathos, destinato ad aumentare nell’evoluzione elettrica del pezzo e ad esplodere con il solo disperato di Markus Steffen.

7) Everything Is Lost. Si torna a declinare sonorità di attacco: riff aggressivi della chitarra, passaggi blast beat (non so quanto ben inseriti), un lavoro importante da parte delle tastiere. Una seconda fase che vede nuovamente protagonista la chitarra solista, poi l’epilogo d’insieme con un buon impatto.

8) The Beacons Of Somewhere Sometime . La suite di cui parlavo coincide con il lungo momento di chiusura del disco. La prima sezione (Maelstrom) vive una partenza soft, tra piano e orchestrazione, voci in sottofondo, il flauto a complemento.  L’ingresso della batteria coincide con un improvviso inasprimento, poi in parte stemperato dalla voce di Menses.

La seconda parte (The Path) cerca di offrire il meglio negli arrangiamenti ed in una crescente coralità, riuscendovi ad intermittenza; sound possente, avvolgente, linea melodica netta e “pronta” ma qua e la zoppicante. Il versante strumentale di questo pezzo offre i  momenti migliori.

Il terzo segmento (In This Blinding Light) di nuovo in formato di ballata tra piano e voce regala un momento intenso e romantico, arricchito dall’inserimento degli archi in sottofondo. E’ quindi ancora il flauto ad incidere sull’andamento del pezzo, precedendo un arpeggio di chitarra classica.

Quarto e ultimo movimento, A Canopy of Stars termina il lungo brano all’insegna del ritmo, proponendo efficaci variazioni sino ad un prepotente break della sei corde. Una chiusa sinfonica cala il sipario.

Concludendo: con The Beacons Of Somewhere SometimeSubsignal recuperano a mio parere quel terreno perduto in precedenza. Nella globalità l’album funziona meglio, certi incastri sonori vanno a buon fine e dunque si tratta di una prova nel complesso soddisfacente. Non tutto però gira a meraviglia, come ho cercato di evidenziare qua e la permane qualche inciampo che continua a lasciarmi alcune perplessità sul potenziale del gruppo tedesco.

Max

 

 

 

 

 

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