frontStiamo scivolando verso la parte finale dell’anno, le uscite incalzano ed il tempo stringe. Dedico così una rapida segnalazione a Paradox Of Choice, quarto e nuovo album per i Mindgames, gruppo proveniente dal Belgio che in passato è stato liquidato bruscamente come “copia sbiadita” dei Pendragon.

Marillion, IQ, Genesis ed appunto la band di Nick Barrett sono da sempre i riferimenti del quintetto guidato da Bart Schram (voce e chitarre acustiche), attivo ormai da dodici anni. L’ amore viscerale e dichiarato per il neo prog è stata la luce che ha provato ad illuminare il loro percorso ma, come succede talvolta in questi casi, ne è stato fondamentalmente anche il limite, relegandoli nelle folte retrovie del genere tra quella pletora di gruppi tecnicamente dotati ma a corto di spunti nuovi utili a rivitalizzare il genere.

Tom Truyers (piano e tastiere) e Benny Petak (batteria) sono i membri originari rimasti col front man sin dall’inizio; con loro in questo album troviamo Maximilian von Wullerstorff  (basso) e Sandro Starita (chitarra elettrica).

Paradox Of Choice è un disco che regala ben poche sorprese, calato com’è nel proprio alveo di appartenenza; dieci brani preceduti da una breve intro parlata (una citazione aristotelica) ed una partenza, almeno per quanto riguarda le prime due tracce, davvero a rilento. Col passare dei minuti ed un pò a singhiozzo, il disco acquisisce una sua fisionomia ma il senso di derivazione è spesso palpabile e per ovviare a questo non sempre bastano un lampo della chitarra o un arabesco del synth.

The Whistle-Blower pur animata da buone intenzioni evidenzia subito una tremenda vicinanza agli IQ e mette in luce le non eccelse qualità vocali di Bart Schram. Allo stesso modo la lunga The Age of Plenty (11 minuti) prova ad alzare l’asticella puntando maggiormente sul ritmo ma il pezzo, per quanto più articolato, offre pochi momenti di rilievo, finendo per arenarsi tra rivoli sonori assolutamente prevedibili.

Andiamo meglio con Out of Sight che riesce a creare la giusta tensione tra piano, tastiere e chitarra; la voce del cantante è meglio centrata, una ballad composta da buone sonorità e pregnante atmosfera.

Revenge of the Wizard cade di nuovo su cliché abusati e per quanto le sonorità siano piacevoli ed emerga pure una vena teatrale, lascia poche tracce di sé.

Ancora sulle atmosfere sognanti, evocative. Requiem for a Dancing World ritrova una band meglio indirizzata, più a suo agio su questo versante. Le keyboards recitano da protagonista sino ad un arioso crescendo.

Context? Anyone? si segnala come uno dei migliori momenti, interpretato nuovamente come ballad onirica e romantica, molto intensa, in cui l’impasto sonoro contribuisce a creare una piacevole tensione emotiva.

Finalmente la band riesce a districarsi meglio anche in un ambito decisamente più dinamico. The Sands of Time mette in evidenza un buon comparto ritmico ed un maggiore tasso di personalità. Proprio puntando su questo aspetto può uscire alla distanza una bella chiusa come From a Drone’s Perspective, che se non fa dell’unicità il suo pezzo forte, mostra però la capacità di cambiare in corsa e, in piccola parte, anche di sorprendere.

In definitiva Paradox Of Choice è un lavoro accettabile, strettamente inquadrato nel proprio perimetro e con qualche momento di buona fattura; dischi così però ne sono stati realizzati molti, forse troppi e non immagino quanta visibilità possano ancora ricavarsi i Mindgames.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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