Camel Camel 1973

Pubblicato: novembre 4, 2015 in Recensioni Vintage
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Camel-1973-CamelPubblicare nel 1973 l’album d’esordio, nella musica progressive degli anni 70, significava arrivare dopo che tutto o quasi tutto era successo, dopo che i più grandi avevano già detto quello che fondamentalmente dovevano dire. Eppure, ascoltando questo disco, si avverte la netta sensazione di una ventata di freschezza ed eleganza che torna a far brillare e dare nuova vitalità alle emozioni di un genere destinato a profonde mutazioni da qui a poco, fino alla sua inevitabile (per fortuna momentanea) eclissi.

I Camel in realtà si erano formati un po’ di tempo prima, comunque in tempo per poter partecipare da protagonisti alla prima era del prog-rock, ma varie vicissitudini (che hanno in verità sempre connotato la storia di questo gruppo) avevano impedito a Peter BARDENS (tastiere), Andrew LATIMER (chit.), Doug FERGUSON (basso) e Andy WARD (batteria) la pubblicazione delle loro prime composizioni, nonostante un’esperienza di apparizioni live di tutto rispetto.

La notevole tecnica individuale, affinata proprio dopo questa lunga trafila di provenienza jazz e r&b, traspare tutta in questo esordio e si traduce nella creazione di atmosfere e sonorità certamente non nuovissime ma comunque proposte, questo sì, in maniera del tutto originale. Il riferimento immediato potrebbe essere il Canterbury sound di matrice Caravan, per l’eleganza e la morbidezza del tessuto sonoro, ma i Camel hanno qualcosa in più che li contraddistingue, che li rende diversi da tutti gli altri e che ad un primo ascolto sfugge ad una immediata comprensione.

Il pezzo di apertura (Slow Yourself Down), a mio parere, offre uno uno dei più folgoranti start che mi sia mai capitato di sentire. Ci troviamo subito al centro della scena, in medias res, come arrivati in ritardo ad una festa già iniziata. Il gruppo è già caldo e come una macchina oliata e collaudatissima, impone un ritmo decisamente brillante, creando un tappeto sonoro che per certi versi (scusate l’azzardo) sembra ricordare le atmosfere jazz dei James Taylor Quartet, da quanto il ritmo è coinvolgente. Certo, la voce di Latimer non è il massimo, ma le aperture e le continue evoluzioni delle tastiere iniziano un monologo entusiasmante, che descrive una varietà di approcci e di colori che lascia quanto meno sorpresi, solo apparentemente circoscritto da un elegante e raffinatissimo duetto con la chitarra che ci porta fino alla fine del brano.

L’atmosfera cambia e sembra di tornare su registri che abbiamo conosciuto nel mood melodico della Canterbury era. Mystic Queen è un vero gioiello, di quelli che segnano un intero album, per la sua straordinaria capacità evocativa, per la dolcezza delle timbriche e delle melodie di tastiere e chitarra che si avvolgono l’una con l’altra (in qualche punto iniziale echi di Jethro Tull). In più, ad un continuo crescendo di hammond, affiancato da una sensualissima chitarra che ripete gli stessi accordi in salire, segue una delicatissima e spiazzante discesa verso il basso, su accordi minori che colorano tutto il pezzo di una ineguagliabile atmosfera malinconica. Chiude un delicato arpeggio di chitarra (acustica) sul quale riposa la calda voce di Doug Ferguson e un ricamo finale che ricorda da vicino atmosfere quasi (ebbene sì) Genesiane.

Gli “attacchi” sono la specialità dei Camel. Ne è una riprova ulteriore la successiva Six Ate, che si veste immediatamente di un ritmo incalzante e davvero trascinante, solo a tratti bloccato su cambi di tempo sorprendenti, che aprono improvvisamente a nuovi ritmi e nuovi panorami. Un mix davvero di grande gusto, niente di sconvolgente o che faccia gridare al miracolo, ma una proposta armoniosa e confortante (si fa davvero fatica a stare fermi senza seguire anche fisicamente il fluire di questo ritmo così accattivante). Si iniziano a sentire più marcate le derivazioni jazz dei compositori, ma questo è un elemento che arricchisce, senza rendere mai stucchevole in nessun momento, l’intera composizione.

Sulla stessa linea la successiva Separation, caratterizzata (oltre che dal solito intro stupefacente) da una parte cantata più ampia e dal primo vero lungo assolo di chitarra, interrotto solo per un attimo in due successive sequenze da cambi di ritmo improvvisi, con la sei corde che poi si riprende la scena finale con una cavalcata cadenzata da un continuo lavoro ritmico, tutto basato sui piatti, che sconfina, in certi momenti, in ambienti quasi metal.

E’ il momento di Never Let Go, a mio parere il vero picco di tutto l’album. Il pezzo si apre come la più classica delle proposte progressive, un arpeggio di chitarra doppiato da un basso deciso, ma subito vira verso il tipico timbro Camel che ormai abbiamo imparato a riconoscere e che costituisce il vero marchio di fabbrica del gruppo. Si intuisce e si inizia a seguire una linea melodica coinvolgente, e a tratti drammatica, che porta il pezzo su ritmi intensi ma mai confusionari, sempre governati da un’innegabile eleganza (very british). Che dire poi delle splendide incursioni e dei fraseggi delle tastiere, in un crescendo continuo, di grande impatto e sensibilità, difficile da trovarsi in altri gruppi anche ben più osannati dei nostri. Alla seconda pausa indicata dalla chitarra acustica, la scelta vincente è quella di modificare il timbro e lasciare spazio non tanto alle incursioni dell’organo, quanto ad un nuovo intermezzo di chitarra che stavolta si prende tutto lo spazio necessario per concludere il percorso. Una menzione d’obbligo merita la sezione ritmica (entusiasmante), sia per l’infaticabile lavoro di Andy Ward alla batteria, con una predilezione quasi naturale ma molto brillante per le sonorità dei piatti, sia per la spina dorsale dell’intero brano, affidata alle sapienti cure del basso di Doug Ferguson.

La seguente Curiosity, nella quale si ripropone alla parte vocale Doug Ferguson, si ricorda per i continui cambi di ritmo e variazioni, nelle quali trova spazio anche se per un brevissimo squarcio il suono delicato dei tasti di un pianoforte, prima di cedere il passo ad un lungo assolo di tastiere che ricorda per alcuni versi le scorribande dei Caravan. Chiude una chitarra molto jazz che fa da preludio alla ripresa vocale.

L’ultimo brano (Arubaluba), strumentale, quasi sempre riproposto nelle esibizioni live, sembra quasi un’anticipazione di quelli che saranno i futuri Camel, ma non solo. Il gruppo è molto generoso e offre a profusione idee armoniche e melodiche, si esercita in pure improvvisazioni che a volte sembrano sfiorare certe sonorità sinfoniche o space rock (mi vengono in mente Steve Hillage o i Khan), salvo poi essere ricondotte ad unità da splendidi riff di chitarra sempre sostenuti da una base ritmica di altissimo livello.

E’ un album di grande impatto, che pone fin da subito i Camel tra i grandi gruppi del progressive anni 70, anche se saranno i lavori successivi a definire meglio l’impronta del gruppo. Ma questo primo lavoro ha già in sé tutto quello che servirà alla band per lasciare il segno. Una predilezione (a dir la verità poco frequentata in altri contesti e per questo davvero avveniristica) per ritmi incalzanti e di grande effetto, una morbidezza ed eleganza di fondo che non riesce a venir meno neanche negli episodi meno lineari, un’atmosfera del tutto originale, calda, avvolgente e venata da una malinconia non triste. Se, come il sottoscritto, amate perdervi nelle deviazioni del progressive canonico, alla ricerca di gioielli perduti o sottovalutati, quest’opera è sicuramente un ottimo punto di partenza.

Silvano Imbriaci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

commenti
  1. Franco scrive:

    Grandissimi Camel e bella recensione.

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