frontQuando scrivo di neo prog sempre più spesso mi trovo a constatare come la vena compositiva del genere sia piuttosto inaridita; tranne che in pochi casi infatti scarseggiano idee e proposte, troppe volte si continua a rimestare nel calderone dei ricordi a scapito di personalità e coraggio. Per fortuna non sempre è così, questa non è Legge grazie al cielo ed un esempio di segno opposto è rappresentato dai Mystery che proprio in questi giorni presentano il sesto album dal titolo Delusion Rain.

Da quando è riapparso sulla scena otto anni fa, il gruppo canadese non ha sbagliato un colpo, inanellando una serie di tre album molto interessanti. Delusion Rain è il quarto di questi e, se possibile, migliora ulteriormente la qualità.Line up profondamente rivoluzionata quella della band del Quebec guidata dalla scintillante chitarra di Michel St-Père: perso per strada il cantante Benoît David temporaneamente ritiratosi, reintegrati invece il valido bassista François Fournier ed il tastierista Benoît Dupuis, si sono aggiunti Jean Pageau (voce e flauto), Jean-Sébastien Goyette (batteria) ed il secondo chitarrista Sylvain Moineau. Presente con un suo contributo anche Sylvain Descoteaux, cantante dei connazionali Huis tra i quali milita lo stesso St-Père.

Una formazione dunque allargata e rinnovata che non manca di fare sentire il suo peso nella fase esecutiva, in alcuni passaggi davvero brillante; produce al solito lo stesso chitarrista.

Di fronte ad una band oramai nota è inutile sezionarne la storia ma i riferimenti iniziali forse non sono più solo quelli conosciuti (Rush Yes su tutti). Nel corso degli anni il gruppo ha vissuto comunque un’evoluzione, giunta credo adesso a piena maturazione e, se è possibile ancora cogliere degli agganci col passato, va dato atto che questi sono inseriti in un tessuto che ormai è autonomo, con una propria identità.

L’ora di musica proposta dal disco, ed i sei pezzi che lo compongono, scorrono via tra emozioni e pennellate d’autore, arrivando anzi in un paio di episodi a raggiungere vette notevoli. Non ci sono cadute né pezzi deboli, l’album risulta omogeneo, compatto e, ripeto, in certi frangenti emotivamente importante e credo di potere affermare che un valore aggiunto risieda proprio nelle mani e nelle idee di Michel St-Père.

La pulsante title track apre in modo delicato, quasi floydiano con la chitarra che comincia a farsi notare da subito; atmosfera morbida che sottolinea le qualità del nuovo cantante, piuttosto diverso come impasto dal predecessore. Un primo solo caldissimo del chitarrista spezza in due il brano prima del raccordo con il tema corale centrale, colorato poi nuovamente dalla sei corde.

Un colpo al cuore giunge con If You See Her, una miscela di suoni avvolgenti per una ballad a dir poco toccante. Dopo l’avvio vocale su di un arpeggio dell’acustica, cominciano ad entrare le tastiere e, a seguire, basso-batteria-elettrica. Maestri in questi passaggi, i Mystery se possibile qui alzano ancora l’asticella. Il ritmo, proseguendo, prende corpo e si eleva; su di un fitto tappeto di keyboards, con una sezione ritmica molto dinamica, è ancora la sapiente mano del chitarrista a regalare emozioni e fuochi d’artificio sino al termine.

Priva forse dell’eguale impatto emotivo, arriva a ruota The Last Glass Of Wine, altro brano molto ben suonato dove la band prende a sprigionare maggiore energia, alternando fasi “riflessive” utili a creare il giusto pathos. Possenti le tastiere in questo frangente e molto a fuoco Jean Pageau al microfono; una menzione pure per il basso che offre ininterrottamente molta presenza.

Il punto più alto dell’album, sulla carta il più difficile, è proprio conquistato con la suite (circa 20 minuti) intitolata The Willow Tree. Il merito principale va attribuito alla scorrevole costruzione di una traccia poderosa, senza che questa annoi o finisca per dilungarsi inutilmente, prigioniera di sé stessa ed infinite variazioni sul tema. Intro strumentale, un’immersione totale nelle profondità di suoni caldi a creare una sensazione di attesa; l’ingresso della voce e quindi segue una graduale ascesa del sound sino ad un primo importante strappo ad opera della batteria. Il ritmo prende ad aumentare, la chitarra comincia a lanciare traccianti ed un fitto ed intricato segmento strumentale prende così quota. Una nuova pausa guidata da Pageau, tesa a preparare un debordante solo “ad occhi chiusi” di St-Père. La parte conclusiva chiude i conti con la melodia centrale, esprimendo un finale epico.

Di nuovo una ballad, Wall Street King parte lenta e sinuosa per poi ampliare molto il proprio respiro; un brano ben eseguito, forse mancante di un pizzico di originalità fino ad un’improvvisa accelerazione che lo reindirizza completamente (con il solito e determinante contributo della sei corde), per una seconda sezione corale e travolgente.

Il suono dell’ organo (Benoit Dupuis) da il via a A Song For You. Una partenza molto serrata lascia presto il campo ad un’apertura melodica curata dalle keys; il flauto e la voce del singer introducono quindi un segmento evocativo, “elettrificato” dal consueto intervento del chitarrista. I Mystery giocano con la melodia contrastandola di tanto in tanto con accenni più ruvidi; di nuovo l’organo ad accennare le note iniziali e questa volta è il turno di basso e batteria ad aprire una fase centrale strumentale, più dinamica e variata della precedente. La reprise del motivo principale conduce quindi ai saluti finali, non prima però dell’ultimo assalto della chitarra.

Bello, suonato con passione ed ispirato, coeso e senza cedimenti, qualche canone di riferimento rinnovato. Delusion Rain credo sarà tra i probabili protagonisti della playlist di quest’anno.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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