frontFormatisi qualche anno fa ad opera di Koen Roozen (batteria) ed Eddie Mulder (chitarre,  membro anche dei Trion), ambedue ex Flamborough Head, tornano a farsi vivi i Leap Day sfornando From The Days Of Deucalion Chapter 2, prosecuzione dell’album pubblicato due anni fa.

Si tratta del quarto lavoro per il sestetto olandese che continua la sua immersione in un neo prog spesso a carattere sinfonico e dove prova, di tanto in quando, ad innestare qualche elemento più personale.

Per chi fosse interessato, la storia è basata sul libro Worlds In Collision dell’autore russo Immanuel Velikovsky; una sorta di articolata sci-fi che trova origine in un passato remotissimo.Fatta salva la consueta premessa e cioè che muoversi in questo ambito, in questa “corrente” di genere oramai è complicato proprio perché ritengo sia stata sviscerata in ogni direzione, la nuova uscita dei Leap Day nel complesso si fa accettare, sopratutto per la scelta delle sonorità effettuata e per quel pizzico di fantasia messo in campo. Certo, come vedremo c’è anche qualche passaggio a vuoto ma credo faccia parte del gioco quando si tenta di uscire almeno un poco dal seminato.

Non ci sono comunque picchi vertiginosi di bellezza né di particolare originalità, è però percepibile il mestiere ed il gusto dei musicisti e di questo va dato loro merito. I punti cardine del sound della band olandese rimangono l’imponente lavoro delle numerose tastiere, affidate a Gert van Engelenburg Derk Evert Waalkens e le emozionanti sciabolate della chitarra di Eddie Mulder, spesso protagonista. Piuttosto coesa la sezione ritmica, lo stesso Koen Roozen ed il basso di Peter Stel mentre la voce di Jos Harteveld risulta abbastanza particolare, caratterizzata.

Genesis Camel per gli anni ’70, IQ e Marilliion per la decade successiva, questi i classici riferimenti con i quali non è difficile identificare la musicalità del gruppo.

L’album come detto è la seconda parte di un concept e dunque questo è un dato da considerare in corso di valutazione; setacciare ogni singolo frammento qui ha un valore relativo e non assoluto, dovendo comunque ripensare anche a tutto l’insieme. Ad ogni modo…una breve traccia strumentale che ha funzioni di raccordo con il primo capitolo (Pseudo Science) funge da trampolino per la vera e propria partenza (Amathia (Homo Ignoramus).

E’ l’ingresso di Jos Harteveld, il cui timbro ricorda vagamente un mix tra Gary Brooker dei Procol Harum Richard Wright. La chitarra si ritaglia subito un ampio e scintillante spazio, come vedremo primo di una serie, per una prog-ballad molto gradevole.

Cominciano a farsi sentire prepotentemente le molte keyboards presenti nella successiva Taurus Appearance mentre il ritmo prende notevolmente quota grazie ad un basso pulsante e presente. E’ il synth a comandare le danze per un buon passaggio strumentale, mentre un dolce arpeggio della chitarra guida invece verso la conclusione.

Phaeton e di nuovo la chitarra sugli scudi, un pezzo in bilico tra atmosfera e ritmo in cui torna sotto i riflettori anche il singer. Seconda parte molto mossa, segnata da una ritmo circolare ed insistente.

Ya-Who God of Wars, due passaggi che non riescono a convincermi completamente. Il primo consuma un avvio tra echi etnico-orientali ed un mood in divenire, prima di imboccare una tracciatura abbastanza prevedibile per quanto accettabile. Il secondo ondeggia, stenta a prendere un indirizzo, sino ad una improbabile svolta reggae cui il contrasto offerto dal solo della chitarra non è sufficiente; una ulteriore frazione strumentale scorre meglio ma rimane un senso di irrisolto.

L’album ritrova compattezza nella parte conclusiva: prima con Deucalion, il passaggio più lungo, una sorta di corposa mid tempo ballad che evolve prima in un sincopato strumentale, quindi in un intermezzo jazzy per poi concludersi con un solo bollente di Eddie Mulder.

Il suono di una tromba introduce In The Shadow Of Death. Nuovamente la sei corde a condurre la band in un passaggio dal buon sapore, una marcia che vive di improvvise fiammate e di maestosi passaggi dettati dall’organo.

Ancient Times (Reprise) si raccorda con l’inizio della narrazione musicale del lavoro precedente, il trionfo di una melodia malinconica e compassata, innervata dal consueto intervento della chitarra.

L’ascolto è terminato e con esso rimane qualche perplessità: premiato comunque lo sforzo dei Leap Day, questo disco replica i soliti interrogativi pur contenendo momenti gradevoli. In definitiva rimane li, a metà del guado senza riuscire mai a spiccare il salto decisivo, privo di melodie davvero coinvolgenti o passaggi dinamici travolgenti. From The Days Of Deucalion Chapter 2 non riesce a incantare, accontentandosi dell’indispensabile.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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