frontSuperato il positivo e promettente esordio dell’estate di due anni fa (On The Edge), tornano in sella i polacchi Arlon per confermare quanto di buono espresso. Mimetic Desire, pubblicato per Margot Music, è il titolo del secondo e nuovo album e si tratta di uno snodo importante, il momento che può fornire l’esatto stato di forma di una band emergente.

Gruppo che tra l’altro si presenta con una importante novità a livello di formazione, in quanto il front man Paweł Szykuła è stato rilevato da Wojciech Mandzyn, titolare di un timbro abbastanza diverso; questo va ad incidere anche sulla resa del sound perché alcuni dei richiami più evidenti ai Riverside paiono qui piuttosto stemperati.

Né va dimenticata al proposito la presenza (discreta ma solida) di un’orchestra, la Michał Mierzejewski Orchestra Sinfonietta Consonus e del possente Coro di Przemyśl , capaci di irrobustire, drammatizzare, impreziosire alcuni degli otto brani in scaletta. Citavo in precedenza i Riverside, vero totem per le band polacche ma in questa occasione l’influenza del neo prog inglese anni ’80 (IQ su tutti) ha un peso specifico notevole, forse maggiore.

Queste due comunque rimangono le direttrici principali del quintetto, o meglio, la fusione di esse. La sintesi che gli Arlon compiono è ancora una volta felice, improntata al gusto, caratterizzata da qualche variazione come con gli interventi del sax di Jacek Szott (il tastierista ha composto la quasi totalità dei brani), oppure da sicuri appoggi come le emozionanti sciabolate della chitarra di Wiesław Rutka.

Pur senza raggiungere vette inarrivabili gli Arlon mettono a segno qualche fendente importante, abbastanza per lasciare il segno e collocare Mimetic Desire tra le più interessanti proposte di questo anno ormai al termine nel comparto band emergenti; sicuramente il fatto di oscillare perennemente tra il new prog tipico del gruppo di Mariusz Duda ed un’anima neo prog inglese, riesce ad innescare i giusti stimoli.

Dividendosi tra piano e sax, Jacek Szott da l’avvio all’album con le prime note di Tenebrae, un robusto passaggio (oltre 9 minuti) nel quale il ritmo progredisce gradualmente ed alcune analogie con il mood degli ultimi lavori di marca IQ non possono sfuggire. Sul piatto però la band polacca aggiunge improvvisi cambi di scenario, alcuni suggestivi inserimenti del Coro, sonorità più cupe ed i primi ricami della chitarra solista; un buon biglietto da visita.

Una malinconica introduzione degli archi apre Quest For The Promised Land. La voce di Wojciech Mandzyn come dicevo prima suggerisce traiettorie sonore differenti rispetto al passato, traccia buone melodie ma a mio avviso pare forse priva di versatilità. L’andamento del brano comunque è forte di grande atmosfera (rimanda a qualcosa dei RPWL), una prog ballad sospesa, “spezzata” dall’ingresso del sax e volta poi ad un finale solenne.

Pasta diversa ma identica (buona) resa per The Wounded World. Partenza scoppiettante, ritmo sostenuto e chitarra protagonista sino ad un primo break; il pezzo sembra issare una bandiera con i colori prog metal ma non è così, gli Arlon in realtà tingono di decise tinte new prog un pezzo che nella seconda parte rivela un sentire molto diverso, completo appannaggio della chitarra prima, con un lungo solo trascinante e delle keyboards poi.

La chitarra acustica e la voce del singer, con l’aggiunta del piano, srotolano lentamente The Odd Theater, un episodio che ben presto abbandona la sua forma acustica per prendere ritmo e grinta con l’entrata dell’elettrica; proprio la chitarra torna prepotentemente sotto i riflettori con un segmento coinvolgente prima della reprise iniziale.

Il piano e l’orchestra conducono in avvio Ekphrasis e, a seguire, l’ingresso simultaneo della band. Mandzyn canta accompagnandosi con l’acustica (una delle sue prove migliori), una ritmica che alterna parti essenziali ad altre in netto crescendo. Un cambio brusco e deciso dettato dalla chitarra ed un nuovo inserto di sax contralto segnano una seconda fase più movimentata.

Traccia che esemplifica al meglio il sound della band, la title track mette in luce chiaramente i due binari principe: da un lato una certa carica di oscura aggressività (ottimo il lavoro di Pawel Zwirn alla batteria e di Maciej Napieraj al basso) e dall’altro la tessitura melodica di chitarra e tastiere per una seconda parte coinvolgente.

Altro passaggio interessante e riuscito, Nothing Changes evidenzia un buon bilanciamento tra melodia e ritmo. Dopo una prima sezione più soft infatti un nuovo break del sax trasporta il brano verso un segmento strumentale più intenso. in cui la sei corde torna ad essere l’attrice principale. L’epilogo si riallaccia al tema introduttivo per andare quindi a sfumare gradualmente.

Una breve coda ammantata di mistero (Coda) chiude il disco.

Gli Arlon confermano con Mimetic Desire le qualità ed il potenziale del quale dispongono; in un ambito musicale dove diviene sempre più complicato proporsi, riescono nell’intento di rendere interessante partiture che, se non vivono di soluzioni assolutamente originali, hanno il pregio di essere comunque di qualità.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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