Martigan – Distant Monsters 2015

Pubblicato: dicembre 21, 2015 in Recensioni Uscite 2015
Tag:, , , , , , , , ,

FrontVerso la metà degli anni ’90 si affacciarono timidamente sulla scena neo prog Martigan, band tedesca capitanata dal tastierista Oliver Rebhan con base a Colonia. Come ricordo le prime due prove si rivelarono poco esaltanti e piuttosto manieristiche, tanto che dovettero passare sei anni per tornare a sentire parlare del quintetto che, con il nuovo millennio, fu però in grado di cambiare marcia.

Man Of The Moment (2002) e più ancora il successivo Vision (2009) consegnarono al gruppo una migliore e più definita identità, uno spessore qualitativo senza dubbio più alto, pur rimanendo (doveroso sottolinearlo) completamente incanalati nel genere di appartenenza.Come spesso accade in questi casi non sono molte ormai le componenti che possono “fare” la differenza ma, se e quando sono presenti, possono ancora regalare qualche momento importante dal punto di vista emozionale; nel caso dei Martigan il bel timbro di un cantante (Kai Marckwordt) in bilico tra Fish Phil Collins, ampio spazio a solo laceranti della chitarra (Björn Bisch), un drumming molto dinamico e puntuale nel sottolineare passaggi e cambi di tempo (Alex Bisch), una vena compositiva melodico-romantica innervata da sonorità “classiche” ma di buon gusto grazie alla mente del già citato Rebhan.

In poche parole, niente di nuovo o sconvolgente ma quel che c’è…è ben fatto. Queste sono le credenziali con le quali la band tedesca pubblica Distant Monsters, quinto lavoro di una carriera sin qui forse sotto traccia, sulle ali di un sound non distante da MarillionIQJadisPendragon, Arena. Si tratta dunque di un prog non particolarmente elaborato o contaminato ma che invece punta dritto al cuore, come nella migliore tradizione inglese della seconda ondata.

Otto i pezzi in scaletta tre dei quali piuttosto consistenti come durata; il materiale è interamente inedito ove si eccettui una possente rivisitazione di Simplicius, tratta dal lavoro di esordio.

Un tassello imponente, Theodor’s Walls rimanda senza misteri ai primi Marillion e ai passaggi più oscuri dei IQ; accordi ripetuti del piano, un brusco cambio di tempo e non è difficile percepire aleggiare il fantasma di Fish. Un break affidato ad un loop e di nuovo il piano inaugurano una seconda parte più serrata, nella quale la chitarra e la batteria entrano prepotentemente in scena per un sostanzioso segmento strumentale che si conclude nella reprise del tema iniziale.

Lion (White, Wild & Blind) naviga a vista tra una drammatica tensione ed una pregevole performance del cantante. Comincia a spingere anche il basso del nuovo arrivato Mario Koch mentre il brano si snoda in un perenne sali-scendi. Apprezzabile pure se un pò prevedibile sino al ficcante inserto della chitarra; qui si sparigliano le carte grazie ancora al lavoro della batteria.

La rilettura di Simplicius comporta anche una certa dilatazione del brano ed il risultato è senza dubbio gustoso; atmosfera rarefatta, un arrangiamento curato, una melodia carica di pathos perfetta per suscitare ricordi grazie anche ad un prezioso lavoro di backing vocals. L’analogia con scenari alla Collins è qui piuttosto pertinente e lo spazio solista della chitarra chiude degnamente.

Complicius si muove inizialmente su di un mood simile; la presenza delle keyboards diviene più sensibile, la linea melodica è intrisa di romanticismo e poi, nuovamente, un ispirato break della sei corde a spingere in alto il pezzo.

Buon ritmo per la partenza di The Lake, poco meno di 15 minuti dai quali emerge una notevole vena marillica. Tempi serrati e un lavoro continuo e propulsivo del basso contrassegnano la prima parte; un lungo e robusto intermezzo strumentale traghetta il brano verso l’epilogo, non prima di una sciabolata decisiva della chitarra.

Torna a farsi sentire fortemente il richiamo all’era Fish con uno dei passaggi più intensi, On Tiptoe. Pochi accordi, sonorità ridotte ed in grande evidenza l’interpretazione vocale di Kai Marckwordt che regala spessore ad un pezzo minimal.

Fire on the Pier offre il peso d’insieme della band, landscapes sonori che mutano rapidamente (da sottolineare ancora l’apporto preciso e continuo delle pelli). Un primo importante e struggente strappo della chitarra (Rothery, Holmes, Barrett…c’è solo da scegliere) e si avvia una seconda sezione in cui sono le tastiere a fungere da protagonista. La conclusione è appannaggio della chitarra.

Il brano deputato all’uscita di scena è Take Me Or Leave Me. Piano e voce avviano una melodia intima, spiralica, che acquista ritmo e consistenza in lenta progressione; manca però il graffio, la zampata. Un buon brano che avrebbe forse meritato uno sviluppo più accurato.

Termina qui l’ascolto di Distant Monsters, un album nel complesso molto piacevole per i motivi che ho elencato sopra; certo non si può cercare innovazione nel sound dei Martigan e, a ben vedere, probabilmente alla band tedesca questo poco interessa. I riferimenti sono chiari, talvolta evidenti ma il disco è comunque ben costruito.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...