Karfagen – 7 2015

Pubblicato: dicembre 28, 2015 in Recensioni Uscite 2015
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frontCompositore e tastierista fervido ed instancabile, Antony Kalugin torna a focalizzarsi sul suo progetto primo, i Karfagenè il titolo minimal del nuovo lavoro, settimo tassello appunto del combo ucraino. L’ultimo appuntamento con la magia, la fantasia e le tradizioni folk di questo symphonic prog dell’Est datava giusto un anno e mezzo fa (Magician’ Theater) e aveva toccato, a mio avviso, il punto più alto della band; snellito nelle sue forme e molto più pragmatico che in passato.

si muove con i medesimi propositi, regalando ampi squarci progressive, felici linee melodiche ed un senso generale di piacevolezza, senza arrancare dietro la ricerca spasmodica del dettaglio che finisce per appesantire l’ascolto.Come costume del biondo tastierista vengono rimescolate le carte in tavola, nel senso che la formazione impegnata registra defezioni e new entry: i soli Max Velichko (chitarre) e Sergiy Kovalov (fisarmonica) compaiono ancora nel cast. Per il resto molte novità tra le quali segnalo la voce femminile di Olha Rostovska.

Solo quattro i brani in programma tra i quali una lunga ma scorrevole suite,  Seven Gates, vero nocciolo duro del disco con i suoi 28 minuti abbondanti di durata e pezzo inaugurale. Da qui si parte dunque, un interminabile viaggio nello spazio e nel tempo tra miti e leggende, guidato dal synth e da un intero arsenale di keyboards, preceduto da un breve narrato; una corposa frazione strumentale funge da battistrada, in questa si distingue pure il lavoro puntuale al basso di Oleg Prokhorov. La chitarra man mano si ritaglia spazi decisivi, in alternanza a piano e keys mentre, progressivamente, fanno la loro comparsa oboe, flauto e fisarmonica. Un break solenne imposto dalle tastiere conduce alla seconda parte della suite dove sono proprio i fiati a rendersi protagonisti per un segmento molto dolce e aggraziato. La voce di Kalugin poi trascina il brano verso un altro mood, più caldo e melodico, doppiato dai cori di Olha Rostovska; una coda sognante sfuma per l’intervento della chitarra e di qui l’epilogo.

Now and Ever morbida e nostalgica, giocata tra voce, piano, keys e chitarra, mette in luce la vena romantica (oltre che sinfonica) del musicista ucraino. Siamo ora su di un formato diverso, più vicino alla ballad, sicuramente di buona fattura; gradevole il chorus, sottolineato da un drumming essenziale (qui Ivan Rubanckyuk).

La struttura compositiva cresce con la successiva Hopeless Dreamer, altro passaggio inizialmente appassionato, condotto da voci e piano e capace di evidenziare l’animo sensibile del musicista. Gradualmente il brano acquisisce sempre più ritmo, la chitarra comincia a lasciare dei “graffi” indelebili in un paesaggio sonoro che tende a dilatarsi, divenendo molto più largo.

Alight Again chiude al meglio, probabilmente il passaggio più funzionale di 7, sicuramente il più intenso ed emozionante grazie ad una scelta dei suoni molto accurata. Un sound quasi floydiano e crescente, un’atmosfera eterea impreziosita dalla linea vocale di Kalugin e dal lavoro combinato di chitarra e tastiere.

Il nuovo Karfagen dunque si rivela un album coerente, perfettamente inserito nel solco dei lavori precedenti ma con più attinenze, complessivamente, al penultimo disco. Sono ancora presenti, seppur in dose molto contenuta, alcuni richiami alle tradizioni del grande oriente europeo ma la musica fluisce ora in modo più lineare.

Max

 

 

 

 

 

 

 

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