frontUna vita di passione ed ascolti servirà pure a qualcosa…in questo caso, unita ad un poco di esperienza, è utile ad insistere e reiterare l’accostamento a Voice Of Reason, quinto e nuovo album dei Cloudscape che al primo approccio mi ha lasciato pesantemente perplesso.

Ammetto di non essere mai stato definitivamente rapito dal sound del quintetto svedese che vanta comunque un cantante (Mike Andersson) con doti tecniche sopraffine ed una discreta carica “agonistica” d’insieme. D’altro canto, la tendenza ad adagiarsi su soluzioni (una volta) ad effetto ma ora prevedibili, il desiderio di qualche scorribanda power ormai obsoleta, quell’attrazione fatale per linee melodiche troppo catchy…sono tutti elementi che hanno contribuito (nel mio caso s’intende) a non fare sbocciare un amore.

Tre anni dopo la pubblicazione di New Era, probabilmente il disco di maggior successo, la band di Helsingborg rientra in gioco con un lavoro che ne prosegue le intenzioni e che vive di paurosi alti e bassi, mantenendo così a mio avviso quello che è un tratto comune nella loro discografia: sino a che il segno predominante nei brani è rivolto verso un sentire heavy prog  e/o, comunque, prog metal le cose funzionano discretamente, anzi è proprio sulla lunga distanza che costruiscono le trame più efficaci.

Per contro, quando il suono decide di sconfinare imbarcandosi verso altri lidi, perde irrimediabilmente di peso specifico, scivolando su coordinate anonime, ormai usurate e scontate; questa alternanza tra picchi e cadute sarà il leit motiv di tutto Voice Of Reason.

Una possente opener, molto muscolare e scelta come singolo (A New Design), mette subito in evidenza la buona forza di impatto della band ed il fitto intreccio delle chitarre di Patrik Svärd Stefan Rosqvist. Tutto è imperniato sulla forza d’urto, a sostegno della prestazione vocale di Mike Andersson, qui forse enfatizzata all’eccesso in fase di produzione.

Introdotta da suoni elettronici, Futuristic Psycho prova ad inspessire il sound con un gran lavoro della ritmica (Håkan Nyander al basso e Fredrik Joakimsson alla batteria). Il risultato a dire il vero è un pò controverso nel senso che i segmenti strumentali paiono meglio riusciti mentre quelli a guida melodica del cantante, che pur dispone di una notevole “presenza”, sembrano perdere di originalità.

In sequenza arrivano due tracce che a mio parere mancano di mordente. La prima, Don’t Close Your Eyes, ripete in modo pedissequo stilemi power ormai consunti, sublimati da un solo di chitarra che non è proprio un inno alla fantasia. L’altra, All For Metal, poggia su riff sentiti alla noia e viene nobilitata solo parzialmente dalla buona prova del singer.

La tensione è calata, tutto sembra perduto ed invece la title track, dodici minuti circa, risolleva improvvisamente le quotazioni del disco. In assoluto l’episodio meglio riuscito, in cui finalmente i Cloudscape mettono in scena una struttura più articolata e complessa, libera da facili suggestioni, incline invece ad assemblare buone sonorità con il giusto grado di pathos ed arrangiamenti curati. Uno spaccato prog metal al quale la band a mio avviso dovrebbe fare riferimento con maggiore continuità.

L’otto volante purtroppo riprende con Thunders Of Extreme, dove l’attenzione torna a focalizzarsi sull’impatto immediato a discapito della struttura; potente, accattivante ma davvero poco più, si pone al livello delle precedenti.

Un sussulto, positivo, arriva con Needle In The Eye. La band rimane in ambito power ma il brano dispone della giusta carica e di una sufficiente varietà di colpi da farlo ritenere un gradino sopra. Il break imposto dalla solista infatti trascina il pezzo su di un altro piano, più strutturato e con una scelta di suoni più accurata prima della reprise conclusiva.

Introdotta dal suono di un’acustica, chiude la lunga In Silence We Scream. Una ballad delle più classiche, guidata da un ritmo marziale, decolla finalmente grazie ad un esplosivo ingresso dell’elettrica; di qui comincia una fase solenne, in stile Queensrÿche, nella quale Mike Andersson regala il meglio del suo repertorio. Un duello chitarristico su di una ritmica molto sostenuta si incarica di chiudere le danze.

Alla fine del viaggio sonoro proposto stavolta dai Cloudscape mi rimangono in testa i soliti dubbi del passato. Voice Of Reason riesce globalmente a mantenersi su uno standard accettabile ma poco davvero aggiunge a ciò che già non si conosceva sulla band svedese: impatto, ottima voce, qualche lampo compositivo e poco altro.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...