Tortoise – The Catastrophist 2016

Pubblicato: gennaio 15, 2016 in Recensioni Uscite 2016
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frontTempo fa, nel corso di una chiacchierata serale, un amico mi chiese di citare due o tre gruppi (noti) della scena esistente che fossero difficilmente catalogabili, inquadrabili. Rammento di averci dovuto pensare un poco e poi ho avuto un sobbalzo quando ho ripensato ai Tortoise, una delle band più imprevedibili tra quelle che potessi rammentare.

Materia indefinibile la loro musica che si presta a molte interpretazioni, tutte giuste ma ognuna probabilmente incompleta; post rock, math rock, fusion, electronic, alternative rock e chi più ne ha più ne metta.

Ad ogni modo…la notizia è che il combo di Chicago ha dato alle stampe l’ottavo e nuovo lavoro intitolato The Catastrophist che arriva ben sette anni dopo Beacons Of Ancestorship.Quando il minimalismo e quando invece strutture stratificate ed intricate si offrono come quinte perenni dello scacchiere musicale della band, per sostenere le consuete improvvisazioni che, a mio parere, in questa occasione sono forse meno assidue che in passato. Il nuovo album da l’impressione infatti di essere stato più ponderato, pensato, con un tempo di gestazione molto lungo e d’altro canto, mai prima d’ora i cinque dell’ Illinois si erano presi tanto tempo a disposizione.

Quella rete di sperimentazione ritmica che passa tra il basso (Doug McCombs), i due drummer (John HerndonJohn McEntire, entrambi in grado di alternarsi alle tastiere e programmazione di suoni) e le percussioni ed il vibrafono di Dan Bitney non è stata certo accantonata; diciamo che pare maggiormente filtrata, in caso contrario infatti verrebbe a cadere uno dei pilastri del Tortoise sound.

The Catastrophist, undici brani in programma di medio-breve durata, regala comunque la conferma di trovarci davanti ad un gruppo forse basilare nella scena post rock, in grado tuttora di proporre un’offerta musicale raffinata e complessa ma che, nello stesso istante, sa colpire il lato emotivo dell’ascoltatore e questa binarietà non è cosa da poco. Alcuni passaggi invece non mi hanno convinto appieno ma credo questo sia accettabile da parte di un gruppo così peculiare e, sopratutto, con venti anni di carriera sulle spalle.

La title track fornisce un buon avvio, tra ritmi trip-hop, suoni decisi e quasi dissonanti delle keys ed arpeggi della chitarra di Jeff Parker; l’epilogo vira deciso su un segmento tipicamente Tortoise, fantasioso e complesso.

Interessante la seguente Ox Duke, con una tensione crescente degna di nota grazie ad un capillare lavoro delle tastiere, contraltare di un ritmo quasi in loop.

La cover di Rock On vede eccezionalmente una parte cantata (Todd Rittman) ma, pur ampiamente rivisitata, non può offrire molto più dell’originale; viene seguita da un breve ma serratissimo dub (Gopher Island).

Incide molto più a fondo la resa di Shake Hands With Danger, andamento ipnotico e perfetto esempio delle commistioni che animano il sound del gruppo. Fa la sua comparsa il sax baritono (Dan Bitney) a lacerare letteralmente la fitta e ripetitiva trama ritmica per uno degli episodi più coinvolgenti.

Uno scorcio giocato sulle emozioni e su di un’atmosfera rarefatta intersecata tra piano e percussioni (The Clearing Fills) anticipa il brano prescelto come singolo, Gesceap, tra l’altro il più lungo in scaletta ed interamente dominato dall’elettronica; la seconda fase si presenta lievemente più movimentata grazie ad un cambio di ritmo.

Segue un ottimo tris. Hot Coffee dove il trip-hop incrocia la traiettoria con il funky. Yonder Blue, sognante e morbida grazie all’apporto vocale di Georgia Hubley, singer dei Yo La Tengo. Tesseract, dove una brillante scansione ritmica trova sponda nella chitarra e nei fiati, uno spaccato moderno di fusion.

A chiudere un’altra traccia di grana fina, At Odds With Logic in cui si rincorrono e si sovrappongono più landscapes sonori.

Uno stacco molto prolungato non sembra avere scalfito le prerogative primarie dei Tortoise. The Catastophist è un album ancora in grado di colpire per la sua particolarità e per la poliedricità dei musicisti, i quali non si accontentano di crogiolarsi tra i confini del perimetro post rock ma continuano ad oltrepassarlo e modificarlo.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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