frontTramontata ormai un’epoca che ha saputo esprimere autentici geni (Hendrix, Zappa, Bowie, Fripp…), oggi ne viviamo un’altra nella quale tutto è diverso, senza troppi punti di contatto con il passato e profondamente ridimensionata. In un differente contesto e con le dovute proporzioni non ho dubbi però nell’affermare che Steven Wilson sia oggi uno dei pochi musicisti a possedere quelle stimmate.

Questo, e solo questo, è il motivo per il quale, contrariamente al solito, ho deciso di “raccontare” brevemente 4 1/2, un EP alquanto robusto che nelle intenzioni dell’artista dovrebbe fungere da ponte tra Hand.Cannot.Erase ed il prossimo disco.Al di la di certe sterili e (spesso) maligne polemiche, rimane il dato di fatto che Wilson sia riuscito la dove molti hanno fallito e cioè nell’avvicinare un vasto pubblico a quello che oggi viene definito new prog. Una carriera longeva, in cui ha prodotto molto con i Porcupine Tree e non solo, è servita come base di lancio per il suo percorso solista. Qui è cominciato un crescendo inarrestabile che ha raggiunto il suo culmine con la pubblicazione di H.C.E., buon album a livello complessivo ma forse, parere personale, il meno ispirato della sua discografia.

La pubblicazione di 4 1/2 dunque, se da un punto di vista commerciale può avere certamente la sua valenza, per il sottoscritto è meno comprensibile da un punto di vista strettamente musicale, almeno sulla carta; non sarebbe stato meglio fare decantare l’onda lunga dei consensi e prendersi una pausa per poi concentrarsi sul successivo full-lenght ?

Queste però sono solo considerazioni preliminari, è tempo di passare al racconto delle sei tracce contenute nell’ EP. Quattro di queste sono rimaste tagliate fuori dall’ultimo lavoro, una è orfana di The Raven That Refused To Sing e la conclusiva è una nuova versione live di Don’t Hate Me (Porcupine Tree) con ospite la voce di Ninet Tayeb. I musicisti che hanno accompagnato SW nei due più recenti lavori sono qui tutti coinvolti, a testimonianza di come ormai la band sia diventata un supporto collaudato e consolidato e, alla bisogna, pronto ad effettuare rotazioni.

1) My Books of Regrets. Uno dei rari casi in cui si ascolta una outtake e ci si rende conto che non solo non avrebbe sfigurato sull’album ma anzi, forse è stato proprio un…taglio errato. La fase introduttiva rimanda subito alle atmosfere più placide di H.C.E. sino a che un break della chitarra apre la strada ad un sontuoso Nick Beggs, qui incredibilmente immedesimato con il suo basso nei panni di Chris Squire. Una ottima digressione delle keyboards (Adam Holzman) ed il proscenio tocca prepotentemente alla chitarra, debordante. Il lungo ed articolato segmento strumentale si stempera per atterrare di nuovo sulla voce di SW che riprende il tema iniziale; di nuovo quindi la chitarra e le keys per una fase eterea a precedere una chiusa piuttosto ritmata in chiave pop.

2) Year of the Plague. Come mood, tensione ed impatto emotivo il migliore brano del lotto. L’intero avvio è saldamente nelle mani del tastierista che prepara il terreno per l’approdo di un malinconico arpeggio della chitarra. Lo strumentale si consuma tra tinte sfumate, un arrangiamento delicato, arpeggi ripetuti ed un immenso senso di tristezza. Personalmente, anche in questo caso, ritengo un peccato che il pezzo non sia stato compreso nell’album.

3) Happiness III. Una ballad ritmata dagli accenti pop, poi un’accelerazione del ritmo per un Wilson qui in veste forse più aderente al versante Blackfield; un breve solo della sei corde, linee possenti del basso ed un chorus molto catchy offrono il loro contributo ma il pezzo resta di poco peso.

4) Sunday Rain Sets In. Una trama densa ed oscura punteggiata da Theo Travis, un breve spaccato strumentale che fa dell’atmosfera cupa e misteriosa il suo pezzo forte. Chitarra e piano regalano un lampo di luce, presto doppiati dai fiati e da un drumming molto morbido; una repentina impennata sfuma in un epilogo soft. Discreto passaggio.

5) Vermillioncore. Dopo un ripiegamento torna a salire la qualità di 4 1/2. Piano elettrico a svariare su una linea ritmica molto netta e presente con un andamento sospeso tra fusion Crimson. Un prepotente break del basso consente alla chitarra ed al ritmo di esplodere letteralmente, una costruzione strumentale che in qualche modo ricorda alcune sezioni di Luminol.

6) Don’t Hate Me (Porcupine Tree – Stupid Dream  1999). Cambiano gli interpreti ma questa versione live, tratta dall’ultimo tour, rimane piuttosto fedele all’originale. Il vero fattore di novità è rappresentato dalla parte cantata da Ninet Tayeb; valida l’improvvisazione di Holzman così come il puntuale solo di Travis al sax.

My Books of RegretsYear of the Plague Vermillioncore: questo sarebbe stato il mio EP ideale se proprio fosse stato indispensabile pubblicarne uno. Steven Wilson evidentemente non la pensa così ed i fatti gli danno ragione; da grande appassionato però auspico per lui una pausa rigenerativa, l’ispirazione non sempre è a portata di mano.

Max

 

 

 

 

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