frontLa loro storia è li a dimostrare quanto trasversali, crossover e amanti della sperimentazione siano sempre stati gli Ulver che hanno attraversato più generi con estrema disinvoltura, talvolta arrivando a destabilizzare la base dei fan. Da qualche anno poi la band norvegese pare in preda ad un furore compositivo estremamente sperimentale ed incline alle più svariate contaminazioni, basti pensare alle ultime due pubblicazioni (Messe I.X-VI.X ed il successivo Terrestrials, realizzato in collaborazione con gli americani Sunn O))) ).

Se possibile adesso  i “lupi” alzano ancora il tiro con l’uscita di ATGCLVLSSCAP , quattordicesimo tassello di una discografia estremamente variegata; un’idea, oltre che un disco, maturata durante il tour europeo di due anni fa.Il titolo è l’acronimo delle iniziali dei dodici segni zodiacali, dodici come i brani compresi che sono in larga parte inediti e per lo più frutto di improvvisazioni live, opportunamente ripulite e calibrate poi nello studio londinese del chitarrista e bassista Daniel O’Sullivan.

Al primo ascolto non nego che ATGCLVLSSCAP possa risultare straniante ed in certi casi spigoloso, immerso com’è tra incursioni nell’elettronica krautrock (Tangerine Dream Amon Duul II), passaggi molto cupi e quasi impenetrabili, contaminazioni post rock, rari quanto inattesi squarci melodici. Musica di avanguardia e pertanto poco malleabile, che richiede tempo e pazienza per essere metabolizzata e dove comunque alcuni episodi si fanno decisamente preferire ad altri. Certo è che, a mio parere, una durata complessiva di 80 minuti non agevola la fruizione né la comprensione immediata di un lavoro così particolare e, per certi versi, complicato.

Di conseguenza, altrettanto difficoltoso risulta mettere nero su bianco le sensazioni derivanti dall’ascolto dei brani, gioco forza quindi cerco di indicare quelli il cui impatto e la cui presa è maggiormente descrivibile. Uno di questi, emblematico, è senza dubbio l’opener England’s Hidden; tra sonorità lente ed inesorabili, quasi cadessero dal cielo come neve, è se vogliamo il paradigma di questo disco: una sorta di allucinazione che rimanda agli scenari visionari ed apocalittici delle band tedesche di qualche decennio fa.

Momenti nei quali emergono tensioni e paesaggi post rock impregnati di autentica solennità (Glammer Hammer), tracce in cui ci si avvicina alla folle psichedelia di marca Ozric Tentacles regalando spazio alla batteria di Ivar Thormodsæter (Cromagnosis), una profonda rielaborazione di un mantra indiano (Om Hanumate Namah), in bilico tra Pink Floyd Popol Vuh.

Ancora, un paio di episodi che si possono accostare al mood di Messe; la cupa e imponente, oltre che attuale D-Day Drone e la celestiale Gold Beach, uno degli episodi più emozionanti.

Infine vorrei citare una rilettura di Nowhere (Sweet Sixteen), contenuta in origine su Perdition City, dove è possibile tornare ad ascoltare la bella voce di Kristoffer Rygg in una vera e propria song in crescendo, unico momento abbordabile del disco.

Gli Ulver rifuggono ancora il prevedibile e mettono in scena un lavoro sicuramente alternativo e ambizioso ma ermetico e che richiede molta attenzione per essere assimilato; la durata prolungata indubbiamente non aiuta questo processo.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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