frontMesi fa sono cominciate a trapelare le prime indiscrezioni che hanno trovato successivamente conferma: il nuovo album messo in cantiere dai Dream Theater, tredicesimo della serie, sarebbe stato un doppio. Bisogna tornare indietro sino a Six Degrees of Inner Turbulence (2002) per ritrovare i cinque sulla strada di una release così impegnativa e, dunque, è necessario fare riferimento a tanto tempo fa.

Una sfida audace ed insidiosa quindi per la prog metal band americana che nel lungo lasso di tempo intercorso ha vissuto comunque momenti intensi ed una discografia sempre viva ed in costante movimento; è passata tanta acqua sotto i ponti e così la pubblicazione di The Astonishing (edito per Roadrunner Records), mastodontico nelle sue due ore e dieci minuti di musica, appare molto ambiziosa.A tale proposito premetto che considerando la mole ingente di brani, ben 34 (!), ho ritenuto di procedere in modo schematico per non dilungarmi oltre misura.

Recensire una rock opera così lunga e frazionata comporterebbe un’analisi estremamente lunga e probabilmente noiosa se indirizzata verso un capillare track by track. Ho così preferito soffermarmi sui passaggi cardine, musicalmente parlando, anche perché credo che questo rimanga l’aspetto di maggiore interesse.

La storia in pillole.

Ideato da John Petrucci, autore unico dei testi e della musica in collaborazione con Jordan Rudess, il concept è diviso in due atti, ambientato in un futuro distopico dove un gruppo di ribelli vuole rovesciare un impero opprimente ed ostile (L’Impero del Nord) in cui non è consentito l’ascolto della musica. Questa è stata “sostituita” con il rumore metallico di fondo dei Nomacs, vere sentinelle robotiche incaricate di sorvegliare continuamente la popolazione.

Alcuni dei protagonisti principali della vicenda sono: Lord Nafaryus (l’imperatore del Great Northern Empire), Gabriel (il musicista), Arhys (il capo della fazione ribelle Ravenskill Rebel Militia), la principessa Faythe (figlia di Lord Nafaryus).

CD 1 (79 minuti).

Ben venti i pezzi compresi nel primo CD, alcuni dei quali eseguiti con l’ausilio della City of Prague Philharmonic Orchestra diretta da David Campbell, noto arrangiatore di artisti quali Adele, Muse, Evanescence e molti altri.

E’ un vortice perenne di situazioni, personaggi e sentimenti che i Dream Theater sono molto intensi nel rappresentare; logicamente quei brani che hanno una durata ridotta o minima incidono in maniera relativa sul risultato complessivo, mantenendo giusto una valenza ai fini della narrazione.

Il rumore cibernetico e continuo dei Nomacs (Descent Of The Nomacs) anticipa brevemente la vera e magniloquente opener, Dystopian Overture, ormai un momento ineludibile.

Una terrificante rullata di Mike Mangini guida verso l’ariosa e serrata The Gift of Music completata da un segmento strumentale in cui Jordan Rudess comincia a divertirsi con il suo MorphWiz. Sono poi il piano e la voce di Labrie che conducono al primo momento importante.

Un’eco minacciosa di stivali a passo di marcia apre A Better Life, un brano dapprima sincopato dove in seguito John Petrucci decide di lasciare il segno con un breve ma fulminante solo; coinvolgente e corale l’epilogo con JLB in buona evidenza.

Molto teatrale ma musicalmente piuttosto sconnessa Lord Nafaryus; buona l’iniziale atmosfera creata dalla chitarra per A Savior In The Square, pezzo che evolvendo si inspessisce decisamente grazie al lavoro di MyungMangini. E’ il turno quindi di una valida accoppiata: When Your Time Has Come si evidenzia come un accattivante e largo passaggio melodico, cui segue la malinconica Act Of Faythe, arricchita dal possente arrangiamento dell’orchestra.

Di nuovo passo marziale di stivali per Brother, Can You Hear Me?, una sorta di disperato appello che precede A Life Left Behind con una start strumentale dove si vanno a rispolverare tensioni Yes style per poi planare sulla voce del cantante. Adesso il primo disco prende quota con una bella sequenza: il piano di Rudess (per me al piano ha sempre un rendimento notevolissimo) introduce dolcemente Ravenskill, un momento topico nell’economia della storia. Con la successiva Chosen la mente vola per un attimo a…The Spirit Carries On, forse il pezzo più emozionante sin qui.

Un passaggio oscuro e sospeso (A Tempting Offer), ancora un momento intimo segnato dal piano per un finale in crescendo (The X Aspect), quindi una frazione molto ritmata e di un certo sviluppo (quasi otto minuti) per chiudere con uno spazio dedicato alla sei corde (A New Beginning).

CD 2 (50 minuti).

Partenza ovviamente affidata ad una seconda e breve ouverture (2285 Entr’acte) e via con Moment of Betrayal, pezzo dotato di grande carica dove Mangini Rudess prima e John Petrucci poi folleggiano seppur non indiscriminatamente. Un passaggio dal sapore a tratti hard rock (Heaven’s Cove) precede una discreta ballad che trova ancora un Rudess ispirato al piano, il completamento degli archi e la voce di Labrie, qui molto a suo agio (Begin Again).

The Path That Divides è un momento nodale della trama, carico di pathos (enfatizzato dal Coro) e di attese ed è anche uno dei più serrati nello svolgimento. Di nuovo un episodio improntato ad una certa aggressività (The Walking Shadow) ed arriva un passaggio inizialmente intimo e raccolto che evolve poi in un bruciante e corale crescendo (My Last Farewell).

Melodie ridondanti e mielose per Losing Faythe oppure piatte e francamente già sentite come per Hymn of a Thousand Voices; un ultimo “assalto”, piacevole ma forse poco convinto (Our New World) e la chiusa con la title track…sorprendentemente fiacca.

 

Va dato atto a John Petrucci di avere effettuato un lavoro immenso ma credo che la situazione ad un certo punto gli sia sfuggita di mano. The Astonishing rimane infatti, a mio parere, un grosso punto interrogativo: la mole immensa alla fine lo penalizza con il secondo CD che, eccettuato quattro brani, frana rovinosamente nella ripetizione e nella pochezza di spunti. Lo stesso ascolto va a mio avviso diluito, quasi centellinato; assorbire 130 minuti di musica in un’unica dose non aiuta la fruizione ma, ripeto, il gap compositivo e qualitativo tra i due dischi è piuttosto evidente.

Con ogni probabilità, se il plot fosse stato ridimensionato e contenuto, l’esito sarebbe stato migliore; in questo modo invece restano parecchie perplessità. Pur detestando i paragoni ritengo The Astonishing il lavoro più debole dell’era Mangini.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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