frontEsattamente a tre anni di distanza dall’ottimo Harvest Moon tornano i polacchi Votum con una line up parzialmente rinnovata ed il nuovo e quarto album intitolato :Ktonik:.

Come dicevo, sono cambiate alcune cose rispetto alla precedente uscita; il sestetto infatti presenta un nuovo cantante, Bartosz Sobieraj ed un nuovo chitarrista, Piotr Lniany. Questi avvicendamenti sono andati probabilmente ad incidere, almeno in parte, sulla globalità del sound che ora, pur prendendo a modello i riferimenti di sempre (Opeth, Riverside, Katatonia, Porcupine Tree), pare avere incrementato l’intreccio tra segmenti di impatto, potenti ed altri imperniati sulla costruzione di atmosfere all’interno dello stesso brano. Lo stacco adesso sembra più labile, più sfumato.

Devo aggiungere preliminarmente che al primo approccio il timbro del nuovo singer, piuttosto lontano da quello “akerfeldtiano” del predecessore, restituisce un’impressione un poco straniante, non del tutto convincente; gli ascolti, ripetuti, danno poi però modo di entrare in una migliore sintonia che porta a ridimensionare la perdita di Maciej Kosinski.

L’effetto combinato di questi fattori fa si quindi che ad un primo contatto :Ktonik: possa risultare forse meno intrigante del previsto ma, in realtà, non è così; con un poco di pazienza e due/tre ascolti il disco invece decolla, offrendo tra l’altro alcuni momenti coinvolgenti da un punto di vista emozionale. Certo, non si scoprono oggi i semi dai quali è originato il sound del gruppo di Varsavia ma, come sottolineo sempre in questi casi, sono il gusto e la capacità di mettere insieme le cose che possono fare la differenza.

Satellite, opener e singolo prescelto, mette in luce fin da subito questa ambivalenza pronunciata della band tra strappi aggressivi e linea melodica netta; riff feroci delle due chitarre (Adam Kaczmarek ed il nuovo arrivato Piotr Lniany) e ritmica martellante contrapposti a rapide ed intense ascese del vocalist e delle tastiere (Zbigniew Szatkowski). Buon impatto ma, come vedremo, all’interno del disco c’è di più.

Uno dei passaggi più pregnanti, Greed, suggella alla perfezione questa alternanza che è alla base delle sonorità dei Votum. Partenza rarefatta con voce, piano e tastiere in primo piano a creare un’atmosfera di attesa quando giunge la prima possente sferzata, un’altalena destinata a ripetersi tra momenti intensi e quasi minimal ed altri rabbiosi ed incalzanti, senza che uno prevalga sull’altro. Ottimo l’epilogo strumentale.

Questa dunque è la linea tracciata e su questa si muove la successiva Spiral. Oscura, densa, quasi impenetrabile, lacerata ben presto da un grintoso riff (molto di genere) e da una inarrestabile ascesa del cantato. La voce carica di effetti funge da break per una seconda sezione crescente che evolve in una chiusura dark e cadenzata.

Brano più breve in scaletta, Blackened Tree è una ballad molto malinconica dove piano e voce recitano da protagonisti sino ad un’esplosione sonora che coinvolge l’intera band e dove, di nuovo,  Bartosz Sobieraj mostra di possedere un registro notevolmente alto.

Con Simulacra si torna sul versante più tipicamente prog metal; le sonorità si compattano, si increspano, drumming serratissimo, convulso (Adam Lukaszek) e basso implacabile (Bartek Turkowski) a sostegno delle due chitarre. Una breve pausa creata da una chitarra acustica, utile per affrontare poi un epilogo molto aggressivo.

Un’altra track da non perdere assolutamente, Prometheus. Un avvio sospeso, aereo, fa da battistrada ad un lento e costante incedere del ritmo, una chitarra a ricamare poche note ed un’atmosfera quasi notturna che improvvisamente, con una brusca accelerazione, si apre a sonorità più luminose. Un riuscito gioco di specchi che si protrae sino al termine, a mio parere la migliore traccia dell’album (pur se una certa derivazione dai Riverside è palpabile).

Un melodico arpeggio della chitarra ed una possente intro orchestrale sono il biglietto da visita di Horizontal. Il brano, piacevole, risente però di una certa dose di ripetitività nella struttura e fatica ad emergere rispetto agli altri; ritmo, consueti riff delle chitarre, sospensioni collocate sapientemente ma manca un poco di personalità.

Più corpo, maggiore spessore nella seguente Vertical dove sono ancora i segmenti melodici e di atmosfera a creare la differenza, tanto che in questo frangente trapela a mio avviso qualche tentazione djent, i TesseracT non sono poi così distanti. La band polacca fa di questo continuo contrasto il proprio cavallo di battaglia e devo dire che, valutando il risultato, viene difficile dare loro torto.

A concludere Last Word, una seconda e ultima ballad dalle tinte piuttosto cupe ed avvolgenti, una chiusa che punta direttamente all’aspetto emozionale della musica.

Una lettura attenta e meticolosa di :Ktonik: rivela uno schema compositivo dei Votum forse un pò bloccato su sé stesso, rigido; questo a ben vedere è però l’unico rilievo che mi sento di muovere perché per il resto la band polacca propone un lavoro di buon livello con una serie di brani ben bilanciati e almeno un paio decisamente sopra la media. Ampiamente promosso !

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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