frontUna nuova aggregazione, l’ennesimo “supergruppo” inglese destinato a transitare velocemente come una stella cadente o piuttosto a proseguire il cammino ? Presto per dirlo, fatto sta che è giusto porre attenzione alla nuova creatura formata da Rob Reed, mente compositiva, tastierista e bassista dei Magenta che ha radunato intorno a sé Luke Machin, giovane e talentuoso chitarrista dei Maschine (e con The Tangent), il navigato batterista Andy Edwards (un passato con IQ, Frost* e gli stessi Magenta) ed il cantante Dylan Thompson (ex The Reasoning, adesso con i Shadow of the Sun).

Kiama è il nome della band, pronta finalmente a presentare il lavoro di esordio intitolato Sign of IV, un album che offre un ventaglio heavy prog abbastanza variegato, senza rinunciare ad alcuni passaggi più malinconici e di atmosfera tipicamente british.I principali input compositivi provengono dalla penna di Rob Reed con delle tessiture che spesso rimandano, a grandi linee, a certi soundscapes dei Magenta; altri invece si percepiscono come farina del sacco di Luke Machin, non solo per le parti preponderanti di chitarra ma proprio per un certo impeto che li contraddistingue, appannaggio del chitarrista mancino di Brighton.

Proprio da uno di questi prende avvio il disco, inciso in buona parte presso il Real World Studios. Un brano costantemente ritmato, con profondi segmenti hard rock in odore seventies lacerati dalla sei corde ed una buona ed articolata prova vocale di Dylan Thompson. Una pausa di attesa e poi il ritmo imposto dalla coppia ReedEdwards riparte senza tregua, sino al termine; heavy prog con una spruzzata di Robert Plant (Cold Black Heart).

Colori tenui, sonorità dolci e contenute per una ballad dall’andamento e tensione in crescendo; cominciano a sentirsi le keyboards, il loro lavoro contribuisce a costruire un arrangiamento interessante, assecondato dalla seconda chitarra con cui si accompagna il cantante fino al possente chorus e ad uno “strappo” conclusivo della chitarra. Sonorità soffuse dunque per una pop-prog ballad piacevole, scorrevole ma anche un pò prevedibile (Tears).

Le strutture cominciano a farsi più ardite con Muzzled dove il sound si dirige quasi sinuosamente in direzione prog; i contorni sono ancora quelli di una ballad finemente arrangiata, lo stampo a mio avviso è innegabilmente floydiano. Piano e tastiere rivestono ora un ruolo preminente, una eruzione centrale del synth ed un controcanto femminile spostano il mood verso il sentire dei Magenta; tocca poi nuovamente a Machin chiudere con un ricamo della chitarra.

Il disco è entrato nel vivo, lo conferma la successiva Slime. Robert Plant Chris Cornell sono le muse ispiratrici di Dylan Thompson, impegnato su di un pezzo che procede inizialmente a strappi, tra pause e ripartenze; un break della sezione ritmica e della chitarra ne spacca l’andamento, innervandolo di maggiore spessore. L’epilogo, intenso, vede al solito protagonista la sei corde.

Un Luke Machin nella veste inedita di emulo di Gilmour caratterizza con un solo bruciante della Stratocaster I Will Make It Up To You, un altro ottimo momento di atmosfera in cui si distinguono anche il singer e la trama delle tastiere in sottofondo.

To the Edge torna a sollecitare le tensioni più heavy della band, questa volta a mio parere con risultati non travolgenti; il pezzo vive di effervescenza e rapide frazioni molto tirate, un arrangiamento gradevole grazie a dei bei cori. Se da un punto di vista ritmico e armonico pare equilibrato, dal lato melodico manca invece di un pizzico di incisività.

Ancora su di un versante più intimo con la partenza di Beautiful World. Il piano, le tastiere, le chitarre…suoni che lentamente si intrecciano come una spirale, avvolgenti e su questi una buona interpretazione di Thompson. Nella parte centrale muta l’evolversi del brano per mano di un breve e sentito break di LM, preparazione ad un segmento conclusivo “dominato” da batteria, organo e chitarra.

Slip Away rimanda alle trame di prog melodico più care a Rob Reed. Consueto avvio morbido, in lenta progressione, dove è il piano essenzialmente ad accompagnare il canto; hammond e chitarra cominciano timidamente a fare avvertire la loro presenza sino ad una prima ascesa, culminante in un solo del biondo chitarrista. Un interludio hard rock anticipa la reprise del tema centrale.

Piano, chitarra e voce per Free, un delicato passaggio “notturno” che man mano si fa di più ampio respiro; il consueto emozionante solo di Luke Machin è la ciliegina sulla torta prima del congedo.

Buone atmosfere, un timbro vocale particolare, sonorità curate, molti inserti di chitarra a fronte di trame non particolarmente strutturate, abbastanza intuitive. Questa in sintesi la fotografia di Sign of IV, debutto discografico dei Kiamaun inizio incoraggiante, vedremo se ci sarà un seguito.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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