frontDopo un silenzio lungo quasi cinque anni si tornano a percepire forti echi di oriental metal; con un nuovo batterista, si ripropongono infatti i Myrath, band proveniente dalla Tunisia. Legacy è il quarto e nuovo album della loro carriera, pubblicato per Nightmare Records.

Tales of the Sands (2011) è stato il disco che li ha portati alla ribalta e dove probabilmente il sound del quintetto ha acquistato maggiore spessore, implementato da numerose esperienze a supporto di band di primo livello; chiaro che la caratteristica che li identifica, e cioè l’uso più o meno frequente di richiami sonori di stampo mediorientale, permane una costante. Personalmente apprezzo questa peculiarità fin quando non ne viene abusato ed anche per questo motivo ho atteso l’uscita di Legacy con una certa curiosità.

Il gruppo di Tunisi capitanato dal front man e cantante Zaher Zorgatti ha colto forse sin qui non molti riscontri nel nostro Paese mentre devo dire che nel Nord e nell’Est Europa può contare ormai su di una solida base di fans. Il prog metal degli esordi, a dire il vero canonico,  è andato man mano evolvendo, in particolar modo sul versante più tecnico; melodie ed inflessioni arabeggianti però, come detto, restano un marchio di fabbrica che in teoria li può fare accomunare ai Orphaned Land: in verità il paragone è poco calzante perché il sound del gruppo israeliano è molto più massiccio ed aggressivo.

Myrath puntano ad un suono curato ma diretto, una suggestione spesso pericolosa in questo ambito perché lo scivolone nella banalità è dietro l’angolo. E così, se è vero dunque che un prezzo all’immediatezza va pagato, non di rado le linee melodiche zoppicano in quanto ad originalità; la struttura dei brani provvede comunque, anche in quei casi, a portare a casa un risultato quanto meno accettabile.

L’introduttiva Jasmin è il vero omaggio alla madre patria, un breve strumentale carico di enfasi, suoni, profumi e colori del medioriente ma è con la successiva Believer, singolo ad anticipare il Cd, che si può cominciare ad apprezzare la spinta del nuovo drummer, il francese Morgan Berthet. La fusione delle due anime del gruppo, quella prog power metal e quella etnica, si esemplifica come da manuale in questo brano, nonostante qualche evidente concessione melodica.

Molto meglio a mio avviso, con un altro piglio, Get Your Freedom Back evidenzia pure una discreta groove tra il basso di Anis Jouini e la batteria; brano largo, montante, con un crescendo importante ed un sostanziale supporto delle tastiere di Elyes Bouchoucha. Da sottolineare poi la prova vocale del singer, decisa e tagliente.

Nobody’s Lives, un passaggio totalmente impregnato di riverberi nord-africani ma allo stesso momento sufficientemente potente e con un break di impatto della chitarra (Malek Ben Arbia). Con The Needle le cose funzionano meglio, sale decisamente il tasso di “cattiveria” del sound, frammisto a sezioni melodiche ad ampio respiro.

Una larga orchestrazione apre Through Your Eyes, pezzo che punta a creare un’atmosfera epica e solenne ma che trova di nuovo qualche difficoltà nel refrain; la parte musicale a mio avviso fluisce in modo più apprezzabile e costruito.

Passo spedito per The Unburnt dove tornano in parte suoni orientaleggianti. I Want To Die è forse l’episodio meglio riuscito, non è difficile raccogliere richiami al sound dei Dream Theater nel chorus e nel crescendo costante e possente.

Cala la tensione ed aumenta invece l’usuale pastiche sonoro con la successiva Duat che sconta una certa prevedibilità. Su di una simile falsariga segue Endure the Silence che tra l’altro, inspiegabilmente, registra qualche velato accenno ai Muse. Chiude Storm of Lies, una traccia coinvolgente ed innervata di buona energia.

Alla resa dei conti Legacy si pone non distante dai livelli del predecessore, consegnandoci una band che, con ogni probabilità, esprime tutto ciò di cui dispone. Posso sbagliare ma ho la sensazione che i Myrath, di sicuro buoni musicisti, siano rimasti intrappolati in una formula, uno schema, dal quale non sarà facile uscire; ai richiami musicali alla loro terra di origine, che agli esordi potevano costituire un elemento di novità, viene fatto troppo affidamento, rischiando di cadere in un metal eccessivamente etnico o folkloristico.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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