frontEsce in questi giorni, edito da Nuclear Blast, il quinto e nuovo album degli olandesi Textures intitolato Phenotype. Cinque anni dopo la pubblicazione di Dualism la potente band di Tilburg torna a fare sentire la propria voce con la speranza (credo di poter dire fondata) di riuscire finalmente a ritagliarsi una maggiore visibilità ed una collocazione migliore sulla scena metal.

Con una formazione appena ritoccata i sei protagonisti hanno dato alle stampe un disco che, sinteticamente, posso definire una vera mazzata nei denti; il sound brutale ed aggressivo che fa capo ai Meshuggah e poi ai Periphery incontra veloci e tiratissime divagazioni melodiche di sapore djent (TesseracT Skyharbor), dando forma ad un extreme prog metal inarrestabile e pressante, incisivo e piuttosto tecnico.

Ho già avuto modo più volte di scrivere intorno al concetto di “derivativo” applicato alla musica. Posto che ormai è davvero difficile inventare qualcosa di nuovo tout court, credo allora sia indispensabile insistere su alcuni concetti: personalità, gusto, capacità di assemblare efficacemente tra loro input musicali differenti, essere in grado di trasmettere comunque emozioni.

Se un gruppo attuale riesce a portare a compimento questa “missione”, a parer mio nel 2016 è senz’altro meritevole di attenzione, pur risultando…”derivativo”. I Textures, che annoverano la new entry Joe Tal (chitarra) al posto del fondatore Jochem Jacobs, riescono ad offrire un lavoro interessante dove si percepiscono impegno e passione. I puristi potranno forse puntare il dito su un certo “ammorbidirsi” delle trame sonore rispetto agli esordi; è possibile che Dualism abbia pagato pegno al passaggio sotto le insegne di una grossa label ma in questo frangente posso dire che Phenotype regala un CD di metal denso, un vero assalto all’arma bianca con tanto di epilogo a sorpresa.

L’apertura affidata ad Oceans Collide riassume in sei minuti quanto sopra esposto: una violenza inaudita, un wall of sound quasi impenetrabile tra i terrificanti riff delle due chitarre (Joe Tal Bart Hennephof), il basso (Remko Tielemans ) e il drumming martellante (Stef Broks). Calibrato il cantato, harsh o pulito, di Daniel de Jongh mentre nella seconda parte cominciano a salire decisamente di tono le tastiere (Uri Dijk).

New Horizons, scelta come primo singolo, si prepara a mettere insieme potenza, tensioni ed aperture melodiche, sempre con un andamento micidiale. Brano di peso benché, teoricamente, il più catchy.

La gragnuola di colpi prosegue, dapprima sulla falsariga di New Horizons con Shaping A Single Grain Of Sand, in cui le ascese djent paiono più marcate (da notare il lavoro del cantante, impegnato a sdoppiarsi di continuo).

Una brevissima intro sinfonica da il via a Illuminate the Trail, un altro macigno di granito nel quale anche le keyboards recitano un ruolo importante. La voce clean del singer appare convincente così come alcune fughe in solitaria di una delle chitarre; il ritmo poi si arresta improvvisamente, una sensazione di immobilismo precede una graduale e corale ascesa del sound, sino all’esplosione conclusiva.

Un breve filler imperniato su batteria e tastiere (Meander) e la giostra riparte con Erosion, brano giocato su atmosfere dark e compulsive, adrenalinico.

C’è ancora spazio per un altro montante, pesantissimo. The Fourth Prime si segnala infatti come la traccia più estrema e senza compromessi; una folle cavalcata per almeno due terzi dello svolgimento, quindi un epilogo quasi in stile groove metal.

Penultimo giro e arriva il pezzo che non ti aspetti. Zman svela un lato diverso e intimo della band olandese, un passaggio strumentale condotto dal piano, romantico e riflessivo. Un colpo di teatro se vogliamo ma anche una pausa rigenerante dopo un uragano di suoni. Sullo sfumare, quasi in continuità, arriva a chiudere Timeless; ritmo potente, riff netti ed indiscutibili ma pure una venatura melodica (seppure al limite) ne fanno un ottima outro, larga ed evocativa.

Bene…a mio parere i Textures hanno fatto complessivamente un buon lavoro. Phenotype é potente, attuale e per di più abbastanza sintetico, 42 minuti. Come ripeto non inventano niente ma arrivano comunque al bersaglio e questo non è poco.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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