GAOM FD Digipack_043_AN 02.inddNon volendo considerare la raccolta di materiale precedentemente mai pubblicato (Summer), sono trascorsi esattamente due anni dalla pubblicazione di Over, forse il lavoro in assoluto più pregnante dei Frequency Drift. Pubblicato ancora per Gentle Art of Music, esce adesso il nuovo album intitolato Last.

Due anni possono essere anche pochi, musicalmente parlando ma all’interno del gruppo tedesco molte cose sono cambiate: innanzitutto la formazione, al solito profondamente rinnovata e che registra comunque la perdita significativa della brava cantante Isa Fallenbacher (la sua presenza dunque si è limitata ad Over). E’ mutato sensibilmente anche l’orientamento del sound perché se è vero che i cardini di riferimento sono quelli usuali e le trame non si discostano all’inverosimile dallo stile, spesso sembra mancare qualcosa.

Pare infatti che il lato più emozionale e coinvolgente della loro musica stenti ad arrivare fluido in alcuni episodi mentre in altri rimane come un senso di incompiuto, sospeso. Proprio quello che è stato spesso il punto di forza della band di Bayreuth, in Last, tranne che in poche eccezioni, non riesce a prendere quota garantendo la necessaria spinta emotiva; un parziale (ma) netto cambiamento di direzione che disorienta inizialmente e che fatica a convincere sino in fondo anche dopo ripetuti ascolti.

Andreas Hack
 (tastiere, chitarra, theremin) e Nerissa Schwarz (arpa elettrica e mellotron) sono gli unici due elementi rimasti in pianta stabile dalla precedente uscita. Con loro Martin Schnella
 alle chitarre (in precedenza solo musicista addizionale) ed i nuovi Melanie Mau
 (voce), Rainer Wolf (basso), oltre Wolfgang Ostermann
 (batteria, per lui invece si tratta di un ritorno). Questi avvicendamenti sono da sempre una sorta di infinita girandola all’interno del combo tedesco ma ho l’impressione che le defezioni di Christian Hack e di Isa Fallenbacher in questo caso abbiano lasciato il segno.

Con queste premesse non intendo dire comunque che si tratti di un disco da cestinare ma, ripeto, dopo una prova a tratti entusiasmante, confesso di essere rimasto abbastanza perplesso; non sto puntando il dito contro il parziale cambiamento di rotta musicale quanto sulla resa dei nuovi brani.

L’avvio è più che discreto con Traces dove fin dalle prime battute si presenta la nuova voce della band, Melanie Mau. Un ritmo placido, punteggiato dal suono dell’arpa in in sottofondo, acquista peso e profondità con delle brevi fiammate mentre cominciano a fare capolino chitarre decisamente più ruvide e spigolose.

Evocativa, Diary ha uno sviluppo simile grazie ad un progressivo crescendo e delle buone sonorità, anche cupe talvolta. Un interludio del mellotron lascia poi spazio al primo vero break della chitarra ma, nel complesso, il pezzo “resta li”…

Sono il piano e la voce della cantante, inizialmente su di un registro più basso, a guidare Merry, una traccia che vive di continui stop and go e che personalmente ricorda molto da vicino (troppo forse…) alcune atmosfere dei The Gathering. Grande dispiego di keyboards nella parte conclusiva e qualità dei suoni per un brano tutto sommato accattivante anche se poco originale.

Shade si pone come un esempio romantico e nostalgico dove voce, arpa e mellotron tratteggiano il mood. Una corposa sezione strumentale (presente il theremin) approda su di un ritmo convulso, come un alone psichedelico a precedere una chiusa morbida e sognante. Sin qui la migliore costruzione.

Il suono del flauto apre Treasured, un brano di oltre otto minuti. Un’atmosfera cupa si stempera subito con l’ingresso della singer, accompagnata da un arpeggio della sei corde. Sale il ritmo e con esso la tensione, il pezzo acquisisce ampiezza prima che, di nuovo, ricominci l’altalena di stati d’animo: accelerazioni e frenate si susseguono ininterrottamente, sino ad un gustoso e piacevole solo della chitarra, preludio ad una chiusura di buona intensità.

Last Photo è una traccia ben riuscita da un punto di vista emotivo nonostante, voglio sottolinearlo, il tono un pò monocorde di Melanie Mau. Qui i Frequency Drift ritrovano quella fluidità di cui accennavo all’inizio anche se traslata su un altro versante, decisamente più aggressivo (quasi prog metal in alcune sequenze). Arpa, voce ed uno struggente segmento della chitarra confezionano l’epilogo.

Una melodia stentata, un girare in tondo senza riuscire a prendere un indirizzo definitivo. Hidden è la traccia che in assoluto meno mi ha colpito proprio per il suo essere troppo ondivaga, mancante di una soluzione.

Asleep cala il sipario sull’album; un brano che quanto meno ritrova un certo vigore, una risolutezza maggiore pur insistendo sulla consueta “altalena” di mood sin qui ascoltata e in cui la cantante offre una delle migliori prestazioni.

Proprio da qui voglio partire per il commento conclusivo. Se è vero che la nuova singer dispone forse di maggiori risorse sui registri bassi, manca però di quelle doti di interpretazione che erano la vera forza di Isa Fallenbacher; spesso dunque resta una sensazione di eccessiva continuità vocale tra un brano e l’altro. Per quanto riguarda le sonorità, ribadisco, sono abbastanza mutate ma senza troppa originalità, prendendo invece dei riferimenti a mio avviso troppo marcati col risultato di snaturare eccessivamente il sound della band. Last è un album sicuramente da ascoltare ma, a mio avviso, non incanta.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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