frontAccompagnato da un imponente booklet di 20 pagine viene pubblicato Nos Âmes Saoules, sesta fatica dei francesi Lazuli, presentata proprio di recente anche in Italia con un mini-tour che ha toccato Roma, Calenzano (Firenze) e Veruno (Novara).

L’eclettismo è da sempre il vero trademark della band dei fratelli Leonetti ma in passato, come avevo già avuto modo di evidenziare, non sempre a questo aveva corrisposto un necessario grado di coesione tra i brani; poco meno di due anni fa invece, con l’uscita di Tant que l’herbe est grasse Lazuli hanno finalmente trovato a mio avviso la quadratura del cerchio, offrendo la loro prova più matura e completa.

Un disco equilibrato, pur nello stile particolare del gruppo transalpino, dotato di un passo deciso, senza strappi o tentennamenti; ecco quindi  che, dal mio punto di vista, Nos Âmes Saoules si pone in un certo senso come una verifica di questo processo.

Se dovessi tracciarne un grafico, riferito al gradimento ed alla presa delle dieci tracce, ne verrebbe fuori un perfetto andamento a specchio, quasi che il primo intervallo possa divenire intercambiabile con quello conclusivo. Entrambi comunque riservano i momenti migliori, più convincenti, mentre il nucleo centrale segna a mio parere un cedimento, l’intensità dei brani cala in modo sensibile.

Non si può ignorare il fatto che il quintetto francese ami azzardare, nel senso che tentano anche in questa occasione di dilatare i confini del sound, rifuggendo le soluzioni stilistiche più semplici o prevedibili; non sempre però, nell’arco di tre quarti d’ora di ascolto, ho sensazioni di entusiasmo, talvolta qualcosa non quadra alla perfezione o, quanto meno, rimane evanescente.

Ottimo avvio grazie a Le Temps Est A La Rage, sicuramente il pezzo più coinvolgente, di alto spessore. Il piano e la voce di Dominique Leonetti disegnano un’atmosfera evocativa ed eterea, una melodia malinconica molto pregnante che è un lungo prologo al morbido e lento ingresso degli altri strumenti. La sezione conclusiva vede un progressivo innalzamento del ritmo ed un ficcante segmento di chitarra (Gédéric Byar) e Léode (Claude Leonetti).

Il suono della marimba (Vincent Barnavol) introduce Le Lierre, un passaggio più cadenzato ed “aperto” in cui è possibile apprezzare il registro alto del cantante. Brano segnato da batteria e percussioni in grado di produrre improvvise accelerazioni; la linea melodica soffre a mio parere la dolcezza della lingua francese ma questo, al solito, è un tarlo del tutto personale.

Una partenza pirotecnica sfuma in poche battute aprendo Vita Est Circus. Traccia corale in cui sono da sottolineare l’importante lavoro di backing vocals e sonorità che tendono ad espandersi ed a ritrarsi, in un’altalena costante. Un nuovo break della chitarra ed una parte strumentale vivacizzano l’epilogo.

Si entra così nella sezione centrale dell’album, dapprima con (Fanfare Lente), un brevissimo filler condotto dal corno francese (Romain Thorel) e poi con Chaussures A Nos Pieds, andamento ipnotico e curiosa mescolanza di suoni per una prima fase di attesa; ritmo decisamente più elevato per una seconda frazione molto più tirata.

Le mar du passé inizialmente ricorda atmosfere alla Peter Gabriel, misteriose ed incombenti. Una breve apertura melodica si ripiega poi su sé stessa, riprende così il tema iniziale e di qui comincia la consueta alternanza che regala il meglio nei tratti strumentali, più incisivi e graffianti.

Un altro brevissimo filler (Le Labour D’un Surin) chiude la parte centrale del disco. Si va quindi verso le tracce conclusive, inaugurate da Les sutures. Ancora una volta è un mood oscuro, sospeso, a fare da battistrada: la voce del cantante ed un accompagnamento sonoro ridotto, semi-acustico. In lontananza l’elettrica comincia a farsi sentire e con essa aumenta la spinta del drumming mentre le tastiere contribuiscono ad un finale in netto crescendo.

La title track regala un buon arrangiamento; un’ascesa progressiva, poi uno strappo, quindi la ripresa della “salita” appoggiata alla ripetizione infinita del refrain. Interessante la costruzione, un pò limitata la linea melodica costretta e poco sviluppata.

Chiude un piccolo gioiellino pianistico, (Un Oeil Jete Par La Fenetre); due minuti di romanticismo allo stato puro che riprendono così il tema iniziale del disco.

Un lavoro particolare questo Nos Âmes Saoules, composto da buoni brani, altri di levatura inferiore ed un paio di filler impalpabili. Dato atto ai Lazuli di operare sempre fuori dai canoni stilistici più ortodossi e quindi lontani da esiti scontati, personalmente lo ritengo però un passo indietro rispetto al precedente.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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